Palermo è stata colpita al cuore nel tardo pomeriggio. Alle 17:58, sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi alla città, una violentissima esplosione ha investito il corteo blindato su cui viaggiava Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta alla mafia. Con lui sono morti la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.
L’attentato è avvenuto all’altezza di Capaci. Secondo le prime ricostruzioni, una carica esplosiva sarebbe stata collocata sotto la carreggiata e azionata al passaggio delle auto. Il boato è stato avvertito a grande distanza. L’asfalto si è aperto, le vetture sono state travolte, il tratto autostradale è diventato in pochi istanti un cratere di fumo, lamiere e detriti.
Falcone era rientrato da Roma e stava raggiungendo Palermo. Viaggiava insieme a Francesca Morvillo, anche lei magistrata. Le condizioni del giudice sono apparse subito gravissime. I soccorsi hanno tentato di strapparlo alla morte, ma la notizia del decesso ha raggiunto il Paese in serata, mentre dalla Sicilia arrivavano immagini e testimonianze ancora confuse.
La prima auto, quella su cui viaggiavano gli uomini della scorta, è stata investita in pieno dall’esplosione. Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo sono morti nel servizio che li aveva posti ogni giorno accanto a un uomo già da tempo nel mirino della mafia. Non erano figure secondarie della protezione. Erano il primo muro umano fra Falcone e chi voleva eliminarlo.
Francesca Morvillo è morta poche ore dopo l’attentato. La sua presenza accanto a Falcone racconta anche la dimensione privata di una vita vissuta sotto minaccia. Non soltanto il magistrato pubblico, non soltanto il volto della sfida giudiziaria alla mafia: in quell’auto c’erano due persone che tornavano a Palermo e un pezzo dello Stato che la mafia ha deciso di cancellare con un gesto militare.
L’attacco porta una firma inequivocabile. Per modalità, obiettivo e potenza distruttiva, la strage appare come una dichiarazione di guerra mafiosa contro lo Stato. Falcone aveva costruito negli anni un metodo investigativo capace di leggere la mafia non come una somma di delitti isolati, ma come un sistema di potere, denaro, gerarchie, complicità e terrore. Il maxiprocesso aveva trasformato quel metodo in una ferita giudiziaria profonda per l’organizzazione mafiosa.
La scelta del luogo e dell’ora mostra una volontà di esibizione. Non un agguato nascosto, non un omicidio silenzioso, non una vendetta consumata nell’ombra. La mafia ha fatto saltare un’autostrada, colpendo un magistrato sotto scorta nel percorso tra l’aeroporto e Palermo. È un messaggio rivolto alla Sicilia, alle istituzioni, al Parlamento, al Paese intero.
L’Italia si trova davanti a una scena che non può essere archiviata come l’ennesimo delitto di mafia. Qui non c’è soltanto l’uccisione di Giovanni Falcone. C’è la dimostrazione brutale che la mafia si sente abbastanza forte da trasformare una strada pubblica in un campo di battaglia.
Palermo, questa sera, non è soltanto una città ferita. È il luogo in cui lo Stato misura la propria solitudine davanti alla violenza organizzata. Il cratere di Capaci non separa solo due lembi di autostrada: apre una frattura nella storia repubblicana.
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