Il Regno d’Italia entra in guerra. Da oggi il Regno abbandona la neutralità: dopo la nota consegnata ieri a Vienna dall’ambasciatore italiano, il duca d’Avarna, al governo austro-ungarico, lo stato di guerra tra il Regno d’Italia e l’impero Austro-Ungarico è aperto.

La decisione arriva dopo settimane di tensione nelle piazze, nei palazzi del governo, nelle aule parlamentari e nelle famiglie. Gli interventisti parlano di compimento nazionale e di terre italiane da ricongiungere alla patria. I neutralisti temono invece che il Paese venga trascinato in una guerra enorme, combattuta oltre i confini e già capace di consumare eserciti interi. Da questa mattina, però, la discussione lascia il posto agli ordini. I reparti si muovono verso il confine orientale, lungo le linee alpine, il Friuli, la Carnia e l’Isonzo.

La dichiarazione italiana accusa Vienna di avere spezzato l’equilibrio della Triplice Alleanza e di non avere accolto le rivendicazioni del Regno sui territori abitati da italiani rimasti sotto la sovranità austro-ungarica. Il governo Salandra dispone dei poteri straordinari concessi dalle Camere per affrontare lo stato di guerra, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 22 maggio 1915.

Ora la parola passa alla Corona, alla diplomazia e ai comandi militari. La neutralità italiana si chiude oggi, dopo dieci mesi di attesa, trattative e scontri politici. L’alleanza con Vienna e Berlino, già svuotata dai fatti, viene sostituita dall’intervento armato contro l’Impero austro-ungarico.

La guerra viene presentata dal governo e dagli interventisti come una prova necessaria per completare l’unità nazionale. Ma il Paese non vi entra compatto. Nelle città il clima è acceso, nei paesi prevale l’incertezza, nelle case dei richiamati l’entusiasmo lascia spazio a un silenzio più difficile da raccontare. La partenza dei soldati non porta soltanto bandiere e canti: porta madri, mogli, figli e fratelli davanti a una separazione di cui nessuno conosce la durata.

Dalle prime ore del mattino arrivano notizie di movimenti lungo la frontiera. Le comunicazioni sono frammentarie e sottoposte al controllo delle autorità, ma l’avanzata italiana appare avviata in più settori. L’obiettivo immediato è prendere posizione oltre le linee di confine e consolidare i punti strategici prima della risposta austro-ungarica.

Il nuovo fronte si apre su un terreno severo: montagne, valli strette, alture fortificate, strade difficili, passaggi obbligati. La guerra promessa nelle piazze come riscatto nazionale si presenta subito come fatica militare, logistica e umana. Ogni movimento verso nord-est dovrà misurarsi con un impero preparato alla difesa e con una geografia che non concede scorciatoie.

Nelle stesse ore arrivano segnalazioni dalla costa adriatica. Unità austro-ungariche colpiscono diversi punti del litorale, con particolare apprensione per Ancona e per altri centri esposti. Le verifiche sui danni e sulle vittime sono ancora in corso, ma il segnale è chiaro: Vienna non intende attendere soltanto sulle montagne.

Da oggi cambia il respiro del Paese. Cambiano le stazioni, i porti, le caserme, le campagne dove molti uomini sono già stati richiamati o attendono di esserlo. Cambia il rapporto tra cittadini e Stato, perché la guerra porta con sé disciplina, controllo delle comunicazioni, sacrifici, propaganda e lutti che nessuna formula ufficiale può rendere più leggeri.

Il Regno d’Italia combatte contro l’impero Austro-Ungarico. Il governo presenta la scelta come necessaria, gli interventisti come una promessa mantenuta, i neutralisti come una ferita politica destinata a restare aperta. Ma da questa mattina la guerra non è più una parola contesa nei comizi: è un fatto militare, nazionale, umano. E il suo prezzo, per ora, nessuno è in grado di calcolarlo.

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