La tregua ucraina era scattata a mezzanotte, ma la guerra non si è mai fermata. Kyiv aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale dalla notte tra il 5 e il 6 maggio, sfidando Mosca ad accettare una sospensione immediata delle ostilità invece della pausa simbolica proposta da Vladimir Putin per l’8 e il 9 maggio, nei giorni della parata della Vittoria. Poche ore dopo, però, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha accusato la Russia di aver violato la tregua con un nuovo attacco notturno: 108 droni, due missili balistici e un missile da crociera lanciati contro il territorio ucraino.
Secondo le autorità di Kyiv, i raid sono proseguiti per tutta la notte e hanno colpito anche Kharkiv e Zaporizhzhia. Nel nord-est, nella regione di Sumy, un drone russo avrebbe centrato un’auto civile, uccidendo un passeggero e ferendo il conducente. A Kharkiv sono stati danneggiati edifici privati; a Kryvyi Rih sono state colpite infrastrutture; a Zaporizhzhia, già devastata poche ore prima, le forze russe avrebbero attaccato un impianto industriale. La tregua, nella sostanza, è diventata subito un atto d’accusa.
Il giorno precedente aveva già segnato una delle sequenze più pesanti delle ultime settimane. Gli attacchi russi del 5 maggio hanno ucciso almeno 27 persone in diverse aree dell’Ucraina orientale e sud-orientale. A Zaporizhzhia, bombe aeree guidate e droni hanno provocato almeno 12 morti e 20 feriti, colpendo edifici residenziali, un’autofficina e un autolavaggio. A Kramatorsk, nella regione di Donetsk, sei persone sono morte sotto tre bombe aeree. A Dnipro le vittime sono state quattro. Altre cinque persone sono state uccise in un attacco contro strutture per la produzione di gas nella regione di Poltava e nella vicina area di Kharkiv.
La successione temporale rende fragile la narrazione russa. Putin ha annunciato una tregua di due giorni per il Giorno della Vittoria, ricorrenza centrale nella liturgia politica del Cremlino. Zelensky ha risposto anticipando il cessate il fuoco alla mezzanotte tra il 5 e il 6 maggio: non una pausa cucita attorno alla parata, ma una sospensione immediata, aperta, da rendere reciproca se Mosca avesse fermato le armi. La Russia, secondo Kyiv, ha scelto di continuare a colpire.
La formula usata da Sybiha è durissima: Mosca, ha scritto, dimostra di rifiutare la pace e di usare i propri appelli al cessate il fuoco del 9 maggio come uno strumento senza rapporto reale con la diplomazia. La frase più politica riguarda Putin: per il ministro ucraino, al presidente russo interessano le parate militari, non le vite umane. Non è solo propaganda contrapposta. È il cuore dello scontro di queste ore: la Russia vuole una tregua che protegga la propria scenografia nazionale; l’Ucraina chiede una tregua che protegga i civili.
Mosca respinge la lettura ucraina e presenta la propria versione del conflitto. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto nella notte 53 droni ucraini sopra le regioni di Belgorod, Bryansk, Kursk, Mosca, sulla Crimea occupata e sulle acque del Mar Nero. Le autorità filorusse della Crimea hanno inoltre denunciato cinque morti a Dzhankoi dopo un attacco attribuito a Kyiv. Anche qui, il dato va letto con cautela: la Crimea è territorio ucraino annesso unilateralmente dalla Russia nel 2014, e le fonti locali rispondono all’amministrazione installata da Mosca.
Il conflitto entra così in una fase di tregue rivali, accuse incrociate e guerra di profondità. Da una parte la Russia continua a colpire città, impianti energetici e infrastrutture ucraine. Dall’altra Kyiv intensifica gli attacchi contro obiettivi in territorio russo o nei territori occupati, cercando di portare il costo della guerra dentro la logistica, l’industria e la sicurezza interna del Cremlino. La linea del fronte non passa più soltanto dalle trincee, ma attraversa reti elettriche, porti, raffinerie, aeroporti, comunicazioni mobili e sistemi di difesa aerea.
La capitale russa, intanto, si prepara al 9 maggio con un dispositivo di sicurezza che racconta più della retorica ufficiale. Mosca è blindata, la Piazza Rossa viene protetta dal timore di droni ucraini, i servizi di internet mobile sono stati limitati in diverse zone e la parata appare ridimensionata rispetto all’immagine muscolare che il Cremlino ha sempre cercato di proiettare. Per la prima volta dopo anni, la celebrazione rischia di mostrare non la forza imperiale della Russia, ma la sua vulnerabilità.
È una torsione simbolica pesante. Il Giorno della Vittoria, nella Russia putiniana, non è una semplice commemorazione storica. È il rito civile con cui il potere lega la sconfitta del nazismo alla propria identità politica e alla guerra contro l’Ucraina. Ma una parata protetta da blackout digitali, misure antidrone e minacce di rappresaglia su Kyiv parla anche di un’altra Russia: un Paese che continua ad aggredire, ma che teme di essere raggiunto dalla guerra che ha scatenato.
Per Zelensky, la contraddizione è evidente. Se la Russia può fermare il fuoco per consentire lo svolgimento delle celebrazioni, può farlo anche senza aspettare l’8 maggio. Se può sospendere le operazioni per proteggere una parata, può sospenderle per proteggere vite umane. Kyiv sta usando la proposta russa come una trappola politica: accettare una tregua immediata significherebbe dimostrare che la pace è possibile; rifiutarla conferma che la pausa del Cremlino serve soprattutto alla propria narrazione interna.
Gli aggiornamenti del 6 maggio aggravano questa lettura. La violazione della tregua denunciata da Kyiv arriva poche ore dopo una giornata di sangue, con almeno 27 morti e decine di feriti. Non è un dettaglio tecnico, né una disputa diplomatica sul calendario. È la fotografia di una guerra in cui i cessate il fuoco vengono usati come strumenti di pressione, propaganda e responsabilità rovesciata.
La Russia accusa l’Ucraina di voler colpire la parata. L’Ucraina accusa la Russia di volere una tregua solo per il proprio teatro patriottico. Nel mezzo ci sono Zaporizhzhia, Kramatorsk, Dnipro, Poltava, Kharkiv, Sumy: città e regioni dove la guerra non arriva come metafora, ma come esplosione, incendio, ferita, lutto.

