Il dl sicurezza arriva oggi alla Camera con una contraddizione politica ormai impossibile da nascondere: la maggioranza chiede al Parlamento di votare la fiducia su un testo che, nello stesso momento, ammette di dover già correggere. Il nodo resta quello dei rimpatri volontari assistiti e del contributo previsto per chi segue quelle pratiche. Dopo i rilievi arrivati dal Quirinale e le proteste dell’avvocatura, il governo non ha scelto di riscrivere subito la norma dentro il decreto principale. Ha preferito blindare il provvedimento e spostare la correzione su un secondo atto.

Nel calendario ufficiale della Camera è scritto con chiarezza che la fiducia sul decreto viene votata oggi, 22 aprile, dopo che ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi l’ha posta formalmente a nome del governo. Il resoconto stenografico di Montecitorio fissa le dichiarazioni di voto a partire dalle 16:15 e la votazione per appello nominale dalle 18. Intorno a questo passaggio si concentra una corsa strettissima, perché il decreto scade il 25 aprile e nelle ricostruzioni parlamentari il via libera definitivo viene collocato entro venerdì.

La novità più pesante, rispetto alle ore precedenti, è che il governo non correggerà subito la norma contestata con un emendamento al decreto in Aula. Secondo la ricostruzione di ANSA, la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano ha annunciato che, contestualmente al via libera del dl sicurezza, l’esecutivo approverà un decreto ad hoc per correggere la parte sui rimpatri: la platea dei beneficiari verrebbe allargata non solo agli avvocati ma anche a mediatori e associazioni, e il contributo verrebbe riconosciuto anche se la pratica di rimpatrio non andasse a buon fine.

Sul piano politico, questa scelta pesa più della correzione stessa. Giorgia Meloni ha spiegato che alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati verranno trasferiti in un provvedimento separato perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto, ma ha aggiunto che la norma “rimane” perché la considera “di assoluto buon senso”. Piantedosi, da parte sua, ha difeso l’impianto generale ricordando che i rimpatri volontari assistiti non sono un’invenzione dell’attuale governo e che esistono da oltre dieci anni nell’ordinamento italiano ed europeo, pur riconoscendo la necessità di una correzione su quel punto specifico.

Il punto, però, non è solo cosa cambia, ma come cambia. L’esecutivo non arretra nel merito politico della stretta, non cancella la norma e non accetta di riaprire davvero il testo davanti al Parlamento. Sposta la toppa fuori dal decreto principale, lasciando intatto il messaggio identitario del provvedimento e rinviando il problema tecnico-istituzionale a un atto successivo. È una soluzione che serve a evitare una terza lettura al Senato a ridosso della scadenza del 25 aprile, ma che trasforma il voto di oggi in un passaggio ancora più delicato: la Camera viene chiamata a ratificare un testo che il governo sa già di dover ritoccare.

Qui si apre il fronte più duro delle opposizioni, e il M5S insiste proprio su questo terreno. Giuseppe Conte ha definito la norma “non rispondente a una cultura democratica e istituzionale” e ha accusato la maggioranza di creare un cortocircuito istituzionale. La sua obiezione, al di là della polemica politica, è netta: l’avvocato dovrebbe essere garante dei diritti del proprio assistito, non il terminale di una scelta governativa incentivata economicamente. Nelle stesse ore anche Elly Schlein ha parlato del paradosso di una Camera chiamata a votare una norma che poi il governo si prepara a correggere subito dopo.

La maggioranza, intanto, continua a raccontare il dl sicurezza come una prova di fermezza su immigrazione, ordine pubblico e rimpatri. Ma proprio la gestione della norma contestata rivela una fragilità politica che va oltre il singolo articolo. Se il decreto viene blindato con la fiducia e accompagnato, quasi in parallelo, da un correttivo urgente, il problema non appare più confinato a una svista tecnica. Diventa il segno di un metodo legislativo fondato sulla compressione dei tempi, sulla forzatura parlamentare e sulla necessità di rimediare dopo a ciò che non si è voluto sistemare prima.