Trenta voli militari partiti dall’aeroporto di Pisa verso la Libia nel solo 2025. Un addestramento svolto da militari italiani a favore di allievi ufficiali libici. Una richiesta di chiarimenti da parte degli esperti delle Nazioni Unite rimasta senza una risposta sufficiente, almeno secondo quanto ricostruito nel rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza.

Il caso aperto dal rapporto finale del Panel of Experts sulla Libia non riguarda un dettaglio tecnico di cooperazione militare. Tocca uno dei nervi più sensibili della politica estera italiana: il rapporto con una Libia ancora divisa tra governi rivali, apparati armati, reti di potere locali e interessi internazionali che continuano a muoversi attorno a migrazione, energia, sicurezza e controllo del Mediterraneo.

Secondo quanto emerso dal documento ONU, nel periodo preso in esame sono stati individuati 124 voli cargo militari verso aeroporti libici, effettuati da Italia, Russia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Per l’Italia, l’elenco riguarda voli partiti da Pisa e diretti soprattutto a Misurata, ma anche a Tripoli e Bengasi. Il primo risale al dicembre 2024, l’ultimo all’ottobre 2025.

Il Panel ha chiesto agli Stati coinvolti di spiegare la natura dei voli, il tipo di materiale trasportato e la finalità delle missioni. Il punto giuridico è decisivo: l’embargo sulle armi non vieta in modo automatico ogni ingresso temporaneo di aerei militari in Libia, ma consente eccezioni solo per attività non coperte dall’embargo o espressamente esentate. In assenza di chiarimenti, diventa impossibile verificare se quei voli rientrassero in un quadro lecito oppure se abbiano contribuito, anche indirettamente, a rafforzare apparati militari libici.

Nel rapporto, l’Italia viene indicata tra i Paesi che non avrebbero fornito spiegazioni adeguate al Panel. Non un’accusa marginale, ma una contestazione di metodo: davanti a un organismo delle Nazioni Unite incaricato di monitorare il regime sanzionatorio sulla Libia, la trasparenza non è una concessione diplomatica, è parte dell’obbligo di cooperazione internazionale.

Accanto ai voli, il documento ONU segnala anche una sessione di addestramento militare condotta nell’ambito della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia, la MIASIT. Gli esperti sostengono che il corso, concluso il 26 dicembre 2024, fosse di natura militare e quindi in violazione del paragrafo 9 della risoluzione 1970 del 2011, il dispositivo che ha istituito l’embargo sulle armi verso la Libia.

La Farnesina ha respinto questa lettura. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri ha sostenuto che l’Italia avrebbe fornito chiarimenti al Panel e che le attività di addestramento sono state svolte a beneficio delle Forze armate libiche, senza fornitura di armamenti, in linea con la roadmap delle Nazioni Unite e con i partner internazionali. Il ministero ha aggiunto che le più recenti risoluzioni ONU introducono misure di esenzione per le attività addestrative, purché notificate preventivamente sotto l’egida del ministero della Difesa. La replica è disponibile nella nota pubblicata dalla Farnesina.

La questione, però, resta aperta. Perché il punto non è soltanto se siano state consegnate armi. È quale tipo di capacità militare sia stata trasferita, a chi, con quali garanzie, con quali notifiche e sotto quale controllo parlamentare. In un Paese come la Libia, dove le linee tra istituzioni formali, milizie, apparati di sicurezza e gruppi armati sono spesso porose, l’addestramento non è mai un gesto neutro. Può stabilizzare. Può anche consolidare rapporti di forza opachi.

Ma il contesto rende la vicenda ancora più delicata. La Libia non è uno Stato pacificato che chiede cooperazione ordinaria a un partner europeo. È un Paese attraversato da una lunga frattura istituzionale: a ovest il Governo di unità nazionale riconosciuto dall’ONU, a est gli apparati legati al campo di Khalifa Haftar e alle autorità parallele. Nel mezzo, un sistema di sicurezza in cui gruppi armati e strutture formalmente statali si sovrappongono, con un livello di impunità denunciato da anni da Nazioni Unite, organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali.

Le stesse Nazioni Unite, insieme all’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, hanno descritto in Libia un modello di abusi ormai strutturale contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati: detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni, sfruttamento, violenze sessuali, traffici e collusioni tra reti criminali e attori legati allo Stato. In questo quadro, ogni forma di assistenza militare o logistica richiede una due diligence rigorosa. Non basta evocare la stabilizzazione se non si dimostra chi viene rafforzato e con quali limiti.

La protesta organizzata a Pisa da Una Città in Comune ha riportato la vicenda sul territorio da cui, secondo il rapporto ONU, sarebbero partiti i voli italiani. La domanda posta dagli attivisti è semplice e politicamente pesante: che cosa trasportavano quei voli? Personale? Materiali? Istruttori? Militari libici? Attrezzature? E in base a quali autorizzazioni?

Sono domande che non possono restare confinate a un comunicato locale. L’aeroporto militare di Pisa non è un dettaglio logistico: è un’infrastruttura italiana usata in una traiettoria geopolitica che riguarda la Libia, il Mediterraneo centrale e la politica migratoria europea. Se da lì partono voli verso un Paese sotto embargo, il Parlamento deve poter conoscere il perimetro della missione, i destinatari dell’assistenza e le garanzie adottate per evitare violazioni dirette o indirette delle sanzioni ONU.

Il governo Meloni si muove da tempo su una linea di forte continuità con la politica italiana verso la Libia: cooperazione securitaria, gestione dei flussi migratori, relazioni con gli attori di Tripoli e dialogo pragmatico con il fronte orientale. È una strategia che viene presentata come realismo mediterraneo. Ma il realismo, senza trasparenza, diventa una zona grigia.

Il caso dei voli da Pisa e dell’addestramento contestato dagli esperti ONU mostra proprio questo: la politica libica dell’Italia continua a vivere in uno spazio poco illuminato, dove le scelte vengono giustificate con la stabilità ma raramente spiegate nei loro dettagli operativi. La stabilità non può essere invocata come formula assolutoria. Se passa attraverso apparati armati non verificabili, rischia di diventare una stabilità di facciata, costruita sopra la stessa frammentazione che dice di voler contenere.

Per questo serve un’informativa completa in Parlamento. Non per trasformare ogni missione militare in un processo pubblico, ma per ristabilire un principio minimo: quando un Paese sotto embargo riceve voli militari dall’Italia e quando un organismo delle Nazioni Unite segnala una possibile violazione, il governo non può limitarsi a dire che tutto è regolare. Deve dimostrarlo. Deve indicare missioni, date, finalità, destinatari, notifiche, catena autorizzativa e controlli.

Sulla Libia, l’Italia non può permettersi una diplomazia di sottotraccia mentre rivendica centralità nel Mediterraneo. La centralità comporta responsabilità. E la prima responsabilità, davanti al diritto internazionale, è non chiedere fiducia al buio.