Il decreto Sicurezza che il governo voleva chiudere in fretta si è trasformato in un caso politico pieno. Tutto ruota attorno alla norma contestata sui rimpatri volontari assistiti, quella che prevede un incentivo economico per gli avvocati coinvolti nelle pratiche dei migranti: dopo l’alt del Quirinale, la destra ha oscillato tra l’ipotesi di correggere il testo e quella di tirare dritto, salvo poi finire impantanata in una giornata di tensione parlamentare e di messaggi contraddittori. Il quadro raccontato dalla diretta di Fanpage sul caos dentro la maggioranza mostra bene il punto politico: il governo non è riuscito a dare una linea chiara neppure dopo il richiamo del Colle.
Il problema per Meloni è anche nei tempi. Il Senato ha già approvato il decreto con 96 voti favorevoli e 46 contrari, ma la scadenza per la conversione è fissata al 25 aprile. Questo significa che qualunque modifica vera costringerebbe il testo a un nuovo passaggio parlamentare, con il rischio concreto di farlo decadere. È proprio questa strettoia ad aver alimentato l’ipotesi di un decreto “stralcio” o di una correzione successiva, soluzione che però certifica una difficoltà politica prima ancora che tecnica.
L’opposizione si è infilata subito in questa crepa. Pd, Avs, Più Europa e M5S stanno insistendo sul fatto che non si può chiedere al Parlamento di votare un testo già finito sotto contestazione istituzionale, per poi promettere di sistemarlo dopo. Non è solo una critica di merito: è un attacco al metodo scelto dal governo, accusato di comprimere tempi e prerogative delle Camere su un provvedimento che tocca diritti delicatissimi. Anche da questo punto di vista, il retroscena pubblicato da Il Fatto Quotidiano sulle proteste delle opposizioni e sullo stop del Colle rende chiaro quanto il fronte contrario stia provando a trasformare il pasticcio tecnico in una contestazione politica più ampia.
Dentro questo fronte, il Movimento 5 Stelle sta battendo soprattutto sul nodo costituzionale. Carmela Auriemma ha chiesto un “supplemento di riflessione” per evitare quello che ha definito uno “strappo brutto e doloroso”, mentre Alfonso Colucci ha parlato di “grande arroganza” della maggioranza e di una norma gravissima perché finisce per alterare la funzione dell’avvocato, spingendola verso l’interesse del governo anziché verso la tutela dell’assistito. È qui che il M5S sta cercando di colpire di più: non contestando genericamente la linea securitaria dell’esecutivo, ma sostenendo che il diritto alla difesa non può essere piegato a una logica premiale legata al rimpatrio.
Per la maggioranza il danno è pesante anche sul piano dell’immagine. Un decreto presentato come prova di fermezza si è rovesciato in una dimostrazione di incertezza: prima l’emendamento, poi il dietrofront, poi l’idea di votare tutto com’è e rinviare eventuali correzioni. Intanto l’opposizione alza il livello dello scontro e prova a fissare un messaggio semplice ma politicamente efficace: se il Colle segnala un problema serio, andare avanti come se nulla fosse non è forza, è confusione. E oggi, su questo terreno, il M5S sta cercando di intestarsi la critica più netta, quella che mette insieme diritto, garanzie costituzionali e uso improprio della propaganda securitaria.

