Massimo Giletti silurato? La Rai nega la chiusura anticipata, ma il taglio c’è

Viale Mazzini continua a negare una “cacciata” vera e propria, però Lo Stato delle Cose è stato ridimensionato per ragioni economiche nonostante abbia chiuso con ascolti tutt’altro che disastrosi e lasciando subito il posto a Monica Maggioni.

Più che una chiusura lampo, più che una semplice fine di stagione, il caso Giletti assomiglia a una di quelle vicende in cui la formula ufficiale serve soprattutto a contenere il danno d’immagine. La Rai ripete che non c’è stata alcuna chiusura anticipata di Lo Stato delle Cose. Ma i fatti raccontano comunque un’altra verità parallela: il programma è stato accorciato, è finito il 13 aprile, perde il suo spazio in palinsesto e viene sostituito immediatamente. Non è poco.

Il punto da cui partire è la posizione ufficiale dell’azienda. In una nota ufficiale della Rai, Paolo Corsini aveva già smentito a febbraio le indiscrezioni su uno stop improvviso del programma, parlando di “regolare conclusione” della stagione e spiegando che il taglio delle risorse destinate alla Rai aveva imposto una rimodulazione dell’offerta della Direzione Approfondimento. In sostanza, la tesi di Viale Mazzini è sempre la stessa: non una punizione, non una cacciata, ma una scelta già inserita nel quadro generale dei tagli.

Questa linea è stata ribadita anche nelle ultime ore. Secondo quanto riferito da ANSA, Corsini ha insistito sul fatto che “non c’è stata nessuna chiusura anticipata del programma”, aggiungendo anzi che, rispetto al piano ridotto, Lo Stato delle Cose avrebbe avuto due puntate in più. È il passaggio che anche Libero ha rilanciato con più evidenza e che oggi viene usato dalla Rai per smontare le polemiche.

Eppure il problema resta tutto lì: può bastare una smentita formale a cancellare un ridimensionamento reale? Perché alla fine Lo Stato delle Cose non continua, non viene solo riposizionato, non viene accompagnato a fine primavera come accadrebbe a un titolo realmente blindato. Si ferma ad aprile, dentro una stagione in cui la Rai ha più volte ammesso di dover stringere i cordoni della borsa. E questo cambia eccome la percezione del caso.

C’è poi un altro elemento che rende la versione aziendale meno lineare di quanto sembri: gli ascolti. L’ultima puntata del 13 aprile ha fatto registrare 1 milione e 205 mila spettatori con l’8% di share. Non sono numeri da trasmissione in crisi nera, né da flop ingestibile per Rai3. Sono dati che, soprattutto per un programma di approfondimento in prima serata, raccontano una tenuta ancora viva. Questo non significa che gli ascolti bastino da soli a salvare una trasmissione, ma toglie forza alla lettura più comoda, quella per cui il programma sarebbe uscito di scena perché ormai scarico o irrilevante.

Anche per questo le frecciate di Giletti delle scorse settimane non sono sembrate semplici sfoghi da conduttore irritato. Quando ha lasciato intendere in diretta che “si sa che fine fanno i programmi che funzionano”, il giornalista ha fatto capire che il nodo non era solo tecnico, ma anche politico-professionale. La risposta di Corsini, arrivata con una nota dai toni piuttosto netti, ha confermato che la tensione non era immaginaria. Il direttore dell’Approfondimento ha definito Giletti una “risorsa importante”, ma ha anche sottolineato che per andare avanti serve “fiducia reciproca”. Tradotto: il rapporto non è rotto formalmente, ma non è nemmeno sereno.

Qui si inserisce bene anche il pezzo del Fatto Quotidiano, che spinge sulla lettura più politica della vicenda. Il taglio del giornale è chiaramente polemico, ma un fatto utile lo conferma: la staffetta con Monica Maggioni non è una suggestione, è la scelta concreta del palinsesto. E questo pesa più di tante rassicurazioni, perché quando un programma viene fermato e il suo posto viene rioccupato subito, il messaggio che arriva al pubblico è che la rete ha già deciso di voltare pagina.

Il punto, allora, non è nemmeno mettere Giletti contro Maggioni. Sarebbe una scorciatoia un po’ pigra. Il punto è un altro: la Rai rivendica i tagli come necessità generale, ma poi redistribuisce subito spazi e centralità, facendo apparire il ridimensionamento di alcuni volti molto più pesante di quanto raccontino i comunicati. Nel caso di Giletti, questa impressione è ancora più forte perché il suo programma chiude con numeri dignitosi e in un clima di polemica pubblica già esplosa.

Per capire il contesto bisogna anche allargare lo sguardo. I tagli Rai non nascono con questo caso. Già alla presentazione dei palinsesti 2025-2026 si parlava di una sforbiciata importante, con un impatto complessivo indicato dal Corriere della Sera in 26 milioni di euro in due anni. Poi, a dicembre 2025, ANSA ha riferito che la manovra economica avrebbe fatto scendere di 10 milioni di euro l’anno le risorse destinate a Viale Mazzini nel triennio successivo. Dentro questo quadro, il caso Giletti smette di sembrare un’eccezione e diventa una spia di un problema più largo: quando il servizio pubblico si restringe, i primi a pagare sono spesso proprio gli spazi di approfondimento.

Ma proprio per questo la vicenda non può essere raccontata come una banale scadenza naturale. Se davvero fosse stata solo una normale conclusione di stagione, non ci sarebbe stato bisogno di così tante smentite, di così tante precisazioni, di così tanta insistenza sulla formula “nessuna chiusura anticipata”. Quando un’azienda ripete così spesso la stessa definizione, di solito è perché sa che fuori da quella definizione i fatti rischiano di essere letti in un altro modo. E infatti è quello che sta succedendo.

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