Dopo l’affondo al Corriere, Trump rincara su Fox e dice che con chi ha negato aiuto sull’Iran “non abbiamo più lo stesso rapporto”. All’estero Meloni non viene più raccontata come il ponte privilegiato con la Casa Bianca, ma come un’alleata europea entrata in collisione con Washington.
Donald Trump ha deciso di trasformare lo scontro con Giorgia Meloni in qualcosa di più pesante di una polemica politica. Dopo aver detto al Corriere della Sera di essere rimasto “scioccato” dalla premier e di essersi sbagliato sul suo coraggio, il 15 aprile ha alzato ancora il livello parlando a Fox News: “non abbiamo più lo stesso rapporto” con chi ha rifiutato aiuto nella crisi iraniana, con l’aggiunta di un richiamo esplicito all’Italia e alla sua dipendenza energetica dallo Stretto di Hormuz. Il passaggio decisivo è proprio questo: non un disappunto momentaneo, ma una retrocessione pubblica del rapporto politico tra Washington e Palazzo Chigi.
È anche per questo che i media internazionali stanno trattando la vicenda con toni molto più netti rispetto a una normale frizione tra alleati. Reuters ha parlato di un “blunt public rebuke” rivolto a una delle alleate europee più vicine a Trump, mentre Euronews ha già usato l’espressione “transatlantic crisis” per descrivere la rottura tra i due leader. Non è un dettaglio semantico: quando il lessico cambia così, significa che fuori dall’Italia la questione viene letta come un problema strategico e non più solo personale.
Fino a pochi giorni fa Meloni veniva ancora raccontata, in molta stampa estera, come la leader europea più capace di parlare con Trump senza rompere con Bruxelles. Ora quel racconto si sta sfarinando. ABC la definisce apertamente una sorta di “Trump whisperer” finita in difficoltà, mentre Le Monde descrive il passaggio di queste ore come la fine di una lunga fase di ambiguità, diventata indifendibile dopo l’attacco di Trump a Papa Leone XIV e dopo il rifiuto italiano di allinearsi pienamente sulla guerra contro l’Iran. In altre parole, all’estero il caso non viene letto come un litigio improvviso: viene letto come il fallimento di una strategia di equilibrio.
Il nodo, infatti, non è solo il Papa. Nella ricostruzione delle agenzie e della stampa internazionale, la frattura si è aperta su tre dossier concreti: il sostegno italiano alla linea americana sull’Iran, la scelta di non facilitare operazioni militari Usa dal territorio italiano e la sospensione dell’intesa sulla difesa con Israele. Reuters, ABC ed Euronews insistono tutti su questo punto: Meloni ha cercato di prendere distanza dal costo politico della guerra, ma così ha anche colpito il presupposto su cui Trump misurava la lealtà degli alleati. Ed è qui che lo scontro cambia natura. Per Trump, l’autonomia italiana diventa mancanza di affidabilità.
La lettura più dura arriva forse da Le Monde, che mette in fila un dato politico molto scomodo per Palazzo Chigi: dopo mesi di fedeltà ideologica e di prudenza verso Trump, Roma non avrebbe incassato alcun vantaggio reale. Né sul terreno diplomatico, né su quello economico, né su quello simbolico. La promessa di un canale privilegiato con Washington, che per Meloni era diventata una carta di prestigio internazionale, viene così rovesciata dagli stessi osservatori esteri in un boomerang.
In Italia la risposta ufficiale è stata affidata soprattutto ad Antonio Tajani, che ha ribadito l’alleanza con gli Stati Uniti ma ha aggiunto che unità occidentale non significa obbedienza senza rispetto. Intorno a Meloni si è vista anche una difesa istituzionale più larga del solito: Schlein ha parlato di grave mancanza di rispetto verso il nostro Paese, mentre Conte ha sostenuto che l’ambiguità coltivata per mesi dalla premier verso Trump fosse destinata prima o poi a presentare il conto. Reazioni diverse, ma utili a capire un punto: perfino dentro il confronto politico italiano, ormai, il tema non è più l’eccezionalità del rapporto con Trump, ma il suo logoramento.

