Trump scarica Meloni, e la premier tenta di smarcarsi

Dopo settimane di ambiguità, la premier prova a smarcarsi dalla Casa Bianca e congela il memorandum sulla difesa con Israele. Ma l’attacco di Trump non è solo diplomatico: colpisce la narrazione di Meloni come ponte privilegiato con Washington.

Donald Trump ha scelto di colpire Giorgia Meloni nel punto più delicato: la credibilità internazionale che la premier aveva provato a costruire come interlocutrice privilegiata della nuova amministrazione americana. Nell’intervista rilanciata anche da Reuters, il presidente Usa ha detto di essere “scioccato” dalla presidente del Consiglio, accusandola di non voler aiutare Washington sull’Iran e di lasciare agli Stati Uniti il costo politico e militare dello scontro. Non è una semplice polemica tra alleati: è una sconfessione pubblica, tanto più pesante perché arriva appena un mese dopo le parole molto diverse con cui Trump aveva elogiato Meloni come leader amica e utile agli Stati Uniti.

La rottura, però, non nasce dal nulla. Negli ultimi due giorni Meloni ha definito “inaccettabili” gli attacchi di Trump a Papa Leone XIV, segnando una presa di distanza che fino a poche ore prima molti le contestavano di non aver avuto. Subito dopo, il governo ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del memorandum militare con Israele, un’intesa firmata nel 2003 che riguarda cooperazione nel settore della difesa, addestramento, procurement e rapporti industriali tra i due Paesi. Lo ha ricostruito anche ANSA. In meno di quarantotto ore Palazzo Chigi ha preso le distanze sia da Trump sia da Netanyahu, cioè dai due riferimenti internazionali che per mesi erano stati raccontati come interlocutori privilegiati della destra italiana.

Il punto politico vero è questo: Meloni sta cercando di smarcarsi, ma senza trasformare lo scontro in una rottura frontale. La linea fatta filtrare il 15 aprile è prudente. La premier, secondo il Corriere, rivendica di essere stata “più chiara di tanti altri leader” e sceglie di non replicare ancora, mentre da Palazzo Chigi si prova a ridurre l’episodio a un incidente che non cambia la collocazione internazionale del governo. Solo che il problema non è più la collocazione formale dell’Italia: è la fine del vantaggio politico che Meloni pensava di ricavare dal rapporto personale con Trump.

Anche per questo, in Parlamento e nel campo dell’opposizione si è aperta una dinamica insolita. Elly Schlein ha condannato l’attacco di Trump parlando di rispetto dovuto al nostro Paese e al nostro governo, pur restando avversaria politica di Meloni. Giuseppe Conte, invece, ha scelto una linea più tagliente: nessuna sorpresa per l’affondo del presidente americano, perché l’ambiguità coltivata per mesi dalla premier verso Trump era destinata prima o poi a presentare il conto. Nelle stesse ore, secondo ANSA e Fanpage, le opposizioni lavorano anche a una manifestazione unitaria contro Trump e contro la guerra, mentre alla Camera chiedono chiarimenti sul memorandum con Israele e sulla reale svolta del governo.

Questo passaggio pesa ancora di più perché si innesta su una maggioranza che sta mostrando più nervi scoperti del solito. In Forza Italia, ad esempio, Paolo Barelli ha lasciato la guida dei deputati e al suo posto è stato eletto Enrico Costa, con Tajani costretto a gestire insieme il riassetto interno e le tensioni con i Berlusconi. Quando un alleato internazionale ti ritira la copertura politica proprio mentre uno dei pilastri della coalizione si sta riassestando sotto pressione, l’effetto non è simbolico: diventa un problema di equilibrio.

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