Negli Stati Uniti arriva oggi Alien, il nuovo film diretto da Ridley Scott e distribuito dalla 20th Century-Fox. L’uscita cade in una data che il pubblico americano riconosce bene: due anni dopo l’arrivo di Guerre Stellari – questo il titolo con il quale è stato distribuito inizialmente in Italia – il cinema di fantascienza torna al centro della stagione, ma con un tono radicalmente diverso. Qui non c’è l’avventura luminosa dello spazio come promessa. C’è una nave mercantile, un equipaggio stanco, una missione di routine e una minaccia che trasforma il viaggio di ritorno verso la Terra in un corridoio di paura.
Il film è ambientato a bordo della Nostromo, un veicolo commerciale che trasporta minerale e che viene richiamato da un segnale proveniente da un pianeta sconosciuto. La premessa è da racconto fantascientifico, ma Scott la piega subito verso l’horror: lo spazio non è più frontiera eroica, ma luogo chiuso, industriale, sporco, attraversato da tubi, metallo, procedure e silenzi. La paura nasce anche da questo: non dalla meraviglia tecnologica, ma dalla sensazione che la tecnologia non basti a proteggere nessuno.
La scelta più interessante è il modo in cui il film guarda ai suoi personaggi. L’equipaggio non somiglia a una compagnia di eroi, ma a lavoratori in servizio, più vicini a una squadra di tecnici che a pionieri interstellari. La fantascienza di Alien passa anche da qui: stipendi, mansioni, gerarchie, obblighi aziendali. Il futuro immaginato dal film non cancella il lavoro subordinato, lo porta semplicemente più lontano, in un’oscurità dove l’azienda resta presente anche quando la vita degli uomini sembra diventare sacrificabile.
Nel cast ci sono Tom Skerritt, Sigourney Weaver, Veronica Cartwright, Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm e Yaphet Kotto. Weaver, nel ruolo di Ripley, emerge con una presenza asciutta, poco decorativa, lontana dalla figura femminile costruita solo per accompagnare l’azione maschile. È uno degli elementi più forti del film: Ripley non alza la voce per imporsi, ma legge il pericolo prima degli altri, resta agganciata alle procedure, intuisce che la disciplina può essere l’unico argine quando la curiosità diventa imprudenza.
La creatura è il centro dell’operazione. Scott lavora sull’attesa, sulla parzialità dell’immagine, sulla paura di ciò che non si vede per intero. Il progetto visivo legato a H.R. Giger dà all’alieno una qualità biomeccanica disturbante: non un semplice mostro spaziale, ma un organismo che sembra nato dall’incubo di una macchina vivente. L’effetto è lontano dal mostro artigianale dei vecchi film di serie B, pur partendo da quella tradizione. La differenza sta nella serietà con cui il film tratta la materia: scenografie, fotografia, suono e montaggio costruiscono una tensione lenta, fisica, quasi respiratoria.
Le prime reazioni della critica americana indicano già una ricezione complessa. Molti osservatori guardano con sospetto alla sua durezza, al suo carattere manipolatorio, alla scelta di fondere fantascienza e terrore in una macchina narrativa che lascia poco spazio alla consolazione.
È proprio questa freddezza a rendere Alien diverso. Il film non cerca la simpatia facile, non alleggerisce la tensione con l’avventura, non trasforma lo spazio in parco giochi tecnologico. La Nostromo diventa una casa stregata industriale, un luogo in cui ogni corridoio può contenere la morte e ogni decisione sbagliata produce conseguenze irreversibili.
A due anni dall’esplosione di Guerre Stellari, Hollywood prova così un’altra traiettoria: meno favola, più incubo; meno eroismo, più sopravvivenza. Alien arriva nelle sale americane come un film di genere, ma con un’ambizione visiva insolita e una cattiveria narrativa rara nel cinema commerciale. Non promette di far sognare lo spettatore. Promette di chiuderlo in una nave, spegnere le luci e ricordargli che, nello spazio, la paura può avere il rumore secco di un respiro dietro una paratia.
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