Quando un bambino perde parole, contatto o abilità sociali già acquisite, si tratta di una regressione che rientra da anni tra i segnali clinici osservati, nella pratica. Ma anche le linee guida del NICE indicano che, sotto i 3 anni, la regressione del linguaggio o delle abilità sociali richiede l’invio al team autismo e l’avvio della valutazione diagnostica.
Il problema è che il riconoscimento del fenomeno non coincide ancora con un percorso diagnostico uniforme. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sul Journal of Autism and Developmental Disorders ha analizzato 15 studi per un totale di 596 bambini e ha trovato un quadro ancora frammentato: gli esami richiesti variano molto, le evidenze restano limitate e la resa diagnostica cambia parecchio a seconda del profilo clinico. Nei casi in cui la regressione si accompagna a segni neurologici o sintomi epilettici la probabilità di arrivare a una diagnosi utile è più alta, mentre nel complesso i test genetici e genomici mostrano una resa superiore rispetto a neuroimaging, esami neurofisiologici e accertamenti metabolici.
Per i bambini autistici con regressione, però, i margini di incertezza restano ampi. La stessa revisione segnala che le decisioni su quando e come approfondire non sono ancora condivise in modo uniforme e che i dati disponibili sono troppo pochi per trasformarsi in raccomandazioni davvero solide. In altre parole, la regressione è un segnale clinico riconosciuto, ma la risposta dei sistemi sanitari resta ancora troppo disomogenea.
Anche sul piano delle cause la ricerca non offre scorciatoie. L’OMS continua a spiegare che le cause esatte dell’autismo non sono state stabilite e che il quadro è verosimilmente multifattoriale. Questo vale ancora di più quando si parla di regressione: esiste il fenomeno, esistono osservazioni cliniche e percorsi di studio, ma non esiste ancora una spiegazione unica capace di chiudere il dibattito scientifico.
Il punto decisivo, allora, non è alimentare narrazioni parallele, ma capire quanto il sistema riesca a intervenire presto e bene. Tempi rapidi di valutazione, ascolto delle famiglie, approccio multidisciplinare e criteri più chiari per scegliere gli approfondimenti sono oggi il vero terreno su cui si misura la qualità della presa in carico. Perché il vuoto più serio, al momento, non riguarda l’esistenza della regressione, ma la capacità di riconoscerla senza ritardi e di trasformarla in un percorso clinico utile caso per caso.


Nella pratica si vede spesso che la regressione viene segnalata dai genitori mesi prima che venga presa in carico formalmente — e in quel gap si perde tempo prezioso.