Riconoscere presto i segnali di difficoltà socio-comunicativa non significa trasformare ogni sospetto in una diagnosi definitiva. Significa non perdere tempo. Nella primissima infanzia, quando un bambino mostra difficoltà nell’attenzione condivisa, nella risposta al nome, nell’imitazione, nel gioco sociale o nello scambio comunicativo con l’adulto, l’alternativa seria non è tra “diagnosticare subito” e “aspettare”. È tra intervenire con competenza o lasciare che mesi decisivi scorrano senza un sostegno adeguato.

Il tema è stato rilanciato da Carlo Hanau, presidente di APRI OdV ETS, l’Associazione per la ricerca sull’autismo Cimadori, in un intervento dedicato al rischio di diagnosi di autismo nella primissima infanzia. La distinzione è sottile solo in apparenza: prima dei due anni, e anche oltre, sostiene Hanau, sarebbe più corretto parlare di rischio di diagnosi, non di diagnosi piena di autismo. Ma questo non autorizza l’immobilismo. Al contrario, consente di attivare subito interventi educativi mirati senza irrigidire troppo presto il percorso del bambino dentro un’etichetta clinica.

La letteratura sull’intervento precoce non nasce oggi. Lo studio sull’Early Start Denver Model, pubblicato su Pediatrics da Geraldine Dawson, Sally Rogers, Jeffrey Munson, Milani Smith, Jamie Winter, Jessica Greenson, Amy Donaldson e Jennifer Varley, ha mostrato che un intervento evolutivo-comportamentale intensivo, avviato tra i 18 e i 30 mesi e realizzato con terapisti formati e genitori coinvolti, può produrre miglioramenti nello sviluppo cognitivo, adattivo e linguistico. Geraldine Dawson e Sally Rogers sono due figure centrali nella ricerca sull’intervento precoce nell’autismo; Rogers, psicologa dello sviluppo e professoressa di psichiatria al MIND Institute della University of California Davis, è tra le principali ricercatrici associate proprio all’ESDM.

Quel lavoro non dimostrava che ogni bambino debba ricevere una diagnosi anticipata a ogni costo. Indicava, piuttosto, che l’intervento precoce può modificare la traiettoria evolutiva quando è fondato su metodo, intensità, personalizzazione e coinvolgimento dell’ambiente familiare.

Su questa linea si colloca anche il lavoro di Elena Cló, BCBA e professionista attiva nell’ambito degli interventi comportamentali e socio-comunicativi nella prima infanzia. La sua relazione Sostenere le abilità socio-comunicative nella prima infanzia, presentata il 6 aprile 2024 a un convegno ANGSA Bologna, ha portato al centro un punto spesso trascurato: le abilità comunicative emergenti possono essere sostenute dentro la vita quotidiana, non solo in setting specialistici separati dalla famiglia. La videoregistrazione dell’intervento della dottoressa Cló consente di seguire direttamente l’impostazione del lavoro: osservazione precoce, routine di gioco, coaching dei caregiver, obiettivi misurabili e attenzione ai repertori comunicativi deboli.

Quell’esperienza è poi confluita nello studio di Elena Cló, Katerina Dounavi e Karola Dillenburger, Teaching socio‐communicative behaviours in play routines with caregivers: a feasibility study, pubblicato nel 2026 sul British Journal of Special Education. Si tratta di uno studio di fattibilità, quindi non di una prova conclusiva su larga scala, ma il dato è rilevante: due diadi madre-bambino, con bambini ad alta probabilità familiare di autismo, sono state seguite attraverso un breve programma di formazione dei caregiver nelle routine di gioco. Le aree osservate comprendevano imitazione, attenzione congiunta responsiva e comportamenti comunicativi emergenti.

Questo è il cuore del discorso: l’abilitazione precoce non lavora sull’etichetta, lavora sulle difficoltà osservabili. Se un bambino non guarda, non indica, non imita, non aggancia l’altro nel gioco, non serve attendere anni per sostenere quelle competenze. Serve costruire un intervento cucito sul bambino, sulla famiglia e sui contesti reali in cui vive. Il cambio, il gioco sul tappeto, la richiesta di un oggetto, la turnazione, il gesto condiviso, la risposta allo sguardo: nella primissima infanzia sono questi i luoghi in cui la comunicazione può essere sostenuta o lasciata spegnere.

Dentro questo quadro si inserisce la posizione di Daniele Novara. Novara è un pedagogista, autore, counselor e formatore, fondatore e direttore del CPP, il Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti. Da anni interviene nel dibattito educativo denunciando il rischio di una crescita eccessiva delle neurocertificazioni e insistendo sulla necessità di recuperare competenze pedagogiche adulte. La sua prudenza davanti alla diagnosi di autismo a un anno e mezzo o due anni non va letta come negazione dell’autismo, né come ritorno a vecchie teorie psicogene. Va letta per quello che è: una critica all’uso frettoloso dell’etichetta diagnostica quando il bambino presenta difficoltà evolutive che richiedono prima di tutto osservazione, intervento educativo e presa in carico.

Il riferimento a Uta Frith rende il passaggio ancora più delicato. Frith non è una voce marginale: è una psicologa dello sviluppo, professoressa emerita di sviluppo cognitivo all’University College London, nota per i suoi studi su autismo e dislessia. La Royal Society la presenta come una ricercatrice che ha contribuito a collegare autismo, cervello e comportamento, superando la vecchia lettura psicogena che attribuiva l’autismo a dinamiche familiari. Per questo la prudenza richiamata nell’articolo di Orizzonte Scuola, dove Novara riprende l’idea che serva “un filo di prudenza” prima di dichiarare autistico un bambino di un anno e mezzo o due, non può essere liquidata come arretramento culturale.

La prudenza diagnostica, però, non deve diventare ritardo assistenziale. Questo è il punto più fragile e insieme più importante. Dire “rischio di diagnosi” prima dei due anni non significa dire ai genitori di aspettare. Significa intervenire senza trasformare subito il sospetto in destino. Significa usare strumenti educativi, osservativi e abilitativi senza costruire attorno al bambino una definizione troppo precoce, soprattutto quando quella definizione può produrre conseguenze sanitarie, scolastiche e amministrative molto pesanti.

La preoccupazione di APRI nasce proprio qui. Finché l’identificazione precoce conduce a un intervento psicoeducativo personalizzato, il bilancio è chiaro: si sostiene il bambino, si aiutano i genitori, si lavora sulle competenze emergenti. Il problema nasce quando la diagnosi, o anche il sospetto trattato come diagnosi, può aprire la strada a psicofarmaci in età evolutiva. In quel momento la prudenza non è più una cautela lessicale. Diventa garanzia clinica.

Nelle Raccomandazioni della linea guida sulla diagnosi e sul trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti, aggiornate dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ottobre 2025, il passaggio contestato riguarda i D2-bloccanti, una formula tecnica che rimanda all’area degli antipsicotici. La raccomandazione suggerisce l’uso dei D2-bloccanti nei bambini e adolescenti con disturbo dello spettro autistico, pur qualificando il suggerimento come condizionato e basato su una qualità bassa delle prove di efficacia. È proprio questa combinazione a creare allarme: una formulazione ampia, una qualità delle prove non elevata, l’assenza — secondo i critici — di limiti inferiori di età e durata sufficientemente netti.

Nessuno può negare che, in condizioni gravi, davanti a condotte autolesive, aggressive o ingestibili, un intervento farmacologico possa essere valutato. Ma un farmaco antipsicotico non può diventare una risposta ordinaria all’autismo, né una scorciatoia davanti alla scarsità di servizi educativi, supervisione, formazione scolastica e presa in carico familiare. Il comportamento problema non è un’entità isolata da sedare: spesso è il segnale finale di dolore, frustrazione comunicativa, sovraccarico sensoriale, ambiente inadatto o interventi mancati.

Qui il dibattito italiano diventa politico-sanitario. Le famiglie dei minori autistici conoscono bene la distanza tra raccomandazioni e realtà: liste d’attesa, neuropsichiatrie sotto organico, scuole non sempre formate, educatori discontinui, interventi privati sostenuti a fatica, progetti individuali spesso più dichiarati che costruiti. In questo scenario, una linea guida ambigua può spostare il baricentro: non più sostegno precoce alle abilità socio-comunicative, ma gestione del sintomo quando il contesto ha già fallito.

APRI chiede la cancellazione del suggerimento sui D2-bloccanti e ha promosso una petizione al Ministero della Salute che, secondo l’associazione, ha raccolto oltre 25 mila firme tra esperti, associazioni e genitori. Sullo stesso fronte è pendente un ricorso al Consiglio di Stato, in discussione il 14 maggio 2026, presentato da APRI, Tribunale della Salute, AGSAS Palermo e associazione L’Aliante. Non sarà la giustizia amministrativa a stabilire quale intervento sia adatto a ogni bambino. Potrà però incidere sulla chiarezza degli atti pubblici che orientano servizi, prescrizioni e diritti.

La strada più solida resta quella indicata dalla parte migliore della ricerca: individuare presto i segnali, sostenere subito le abilità socio-comunicative, lavorare nei contesti naturali, formare i genitori senza colpevolizzarli, coinvolgere scuola e sanità nello stesso progetto. Prima dei due anni si può parlare di rischio di diagnosi senza rinunciare all’intervento precoce. Anzi, proprio quella formula permette di aiutare il bambino senza trasformare la prudenza clinica in abbandono.

Il rischio da evitare è doppio: da un lato l’attesa passiva, dall’altro l’etichetta anticipata che apre percorsi non sufficientemente delimitati. In mezzo c’è il lavoro più difficile e più serio: osservare, educare, abilitare, adattare l’ambiente, sostenere la famiglia. Per un bambino molto piccolo, pochi mesi possono pesare moltissimo. La risposta non può essere né il rinvio né la scorciatoia farmacologica. Deve essere una presa in carico precoce, competente e umana.

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Francesco
Francesco
9 Maggio 2026 alle 12:10 12:10

Il problema non è solo riconoscere prima i segnali: è ciò che accade dopo. Troppe istituzioni parlano di diagnosi precoce, ma lasciano le famiglie dentro attese, silenzi e percorsi intermittenti. La prima infanzia non può dipendere dalla fortuna, dalla regione o dalla capacità dei genitori di insistere.