La Repubblica compie settantaquattro anni nel giorno più spoglio della sua memoria recente. Niente folla ai Fori Imperiali, niente parata militare, niente ricevimento nei giardini del Quirinale. Il 2 giugno 2020 resta una Festa della Repubblica quasi muta, compressa dalle regole sanitarie e dal lutto collettivo lasciato dalla prima ondata del coronavirus.

Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, è la seconda volta nella storia repubblicana in cui la ricorrenza perde la sua forma consueta (nel 1961 si svolse a Torino (prima capitale dell’Italia unita) e nel 1963 a causa delle gravi condizioni di salute di papa Giovanni XXIII, che morì il 3 giugno – La festa della Repubblica fu poi rinviata al 4 novembre). Ma questa volta non si tratta di una scelta cerimoniale o di calendario: è la pandemia a imporre alla Repubblica una postura diversa, più severa, quasi penitenziale.

Il cuore simbolico della giornata non è Roma, o almeno non soltanto. Il presidente Sergio Mattarella depone la corona all’Altare della Patria, davanti al Milite Ignoto, in una cerimonia ridotta all’essenziale. Accanto a lui ci sono il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e le massime autorità istituzionali. Le Frecce Tricolori attraversano il cielo della Capitale, ma sotto non c’è la massa compatta delle grandi occasioni: ci sono mascherine, distanze, assenze.

Poi il Capo dello Stato raggiunge Codogno, il luogo che più di ogni altro ha segnato l’inizio dell’emergenza sanitaria italiana. Non una tappa qualsiasi, ma una scelta politica nel senso più alto del termine: portare la Repubblica dove il Paese ha iniziato a capire che il virus non era più una notizia lontana. Il Quirinale ricorda che Mattarella si è recato nella città lodigiana per rendere omaggio alle vittime del Covid-19 e a chi ha affrontato in prima linea la lotta contro il coronavirus.

Il 2 giugno diventa così il contrario di una celebrazione muscolare: non mostra potenza, ma vulnerabilità istituzionale. È una Repubblica che non sfila, ma si ferma. Non occupa la scena con mezzi e reparti, ma si raccoglie davanti ai morti, agli operatori sanitari, ai volontari, alle comunità che hanno retto l’urto più duro.

Codogno, prima zona rossa, assume il valore di una capitale morale provvisoria. Lì il Paese ha sperimentato l’isolamento, la paura, la sospensione improvvisa della normalità. Lì la Festa della Repubblica non può limitarsi al rito: deve diventare riconoscimento. Riconoscimento per chi ha perso familiari senza poterli salutare, per chi ha lavorato negli ospedali, per chi ha garantito servizi essenziali, per chi ha rispettato restrizioni pesanti senza trasformarle in un pretesto di disgregazione civile.

Il governo Conte arriva a questa data in un passaggio delicatissimo. Il lockdown più duro è alle spalle, ma la crisi sociale ed economica è appena iniziata. Dal 3 giugno riprenderanno gli spostamenti tra regioni, una soglia attesa da milioni di cittadini e al tempo stesso carica di incertezza. La Festa della Repubblica cade quindi nel mezzo di una transizione fragile: non più chiusura totale, non ancora vera ripartenza.

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