Dietro l’immagine scintillante di calciatori, cantanti, attori e imprenditori, l’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli racconta qualcosa di molto meno spettacolare e molto più inquietante: il dato personale trasformato in merce da banco, prelevato da archivi pubblici e rivenduto secondo un tariffario.

La maxi operazione, illustrata dal procuratore Nicola Gratteri, ha portato a dieci arresti, quattro in carcere e sei ai domiciliari, mentre altre diciannove persone sono state sottoposte all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Al centro dell’indagine ci sarebbe un’organizzazione capace di accedere abusivamente a banche dati riservate per estrarre informazioni su personaggi noti, professionisti, società e figure del mondo economico.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i dati sarebbero stati acquisiti da pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio infedeli, poi ceduti ad agenzie investigative private. La ricostruzione dell’ANSA parla di accessi alle banche dati delle forze dell’ordine, dell’Inps, dell’Agenzia delle Entrate e delle Poste, con il coinvolgimento anche di dipendenti pubblici e direttori di filiale.

Il dato più impressionante riguarda il volume degli accessi. In due anni, due agenti avrebbero effettuato 730mila consultazioni non giustificate da esigenze di servizio: circa 600mila uno, 130mila l’altro. Da quel flusso anomalo sarebbe partita l’indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Napoli insieme alla Polizia postale.

Durante le perquisizioni sarebbe stato trovato anche un file Excel con un vero e proprio listino: da 6 a 25 euro per ottenere informazioni riservate, a seconda della banca dati consultata e del tipo di accertamento richiesto. Una cifra bassa, quasi miserabile, che rende ancora più grave il quadro: non una violazione isolata, ma un presunto sistema in cui l’identità digitale e amministrativa di una persona poteva essere comprata per il prezzo di un pranzo.

Tra i nomi finiti nelle carte dell’inchiesta, secondo RaiNews, compaiono anche il cantante Alex Britti, Lory Del Santo, gli ex portieri dell’Inter Julio Cesar e Alex Cordaz, oltre a imprenditori, manager, figure della finanza, società e appartenenti a famiglie nobiliari. La Rai riferisce anche il collegamento, per un singolo accesso contestato, con una persona già coinvolta nell’inchiesta Equalize.

Il perimetro dell’indagine non riguarda soltanto la curiosità morbosa sui personaggi famosi. I dati finiti nel presunto circuito illecito avrebbero riguardato precedenti penali e di polizia, informazioni fiscali, retributive, contributive e bancarie. Materiale che, in mani sbagliate, può diventare leva di pressione, dossieraggio, vantaggio competitivo, ricatto reputazionale.

È qui che la vicenda supera la dimensione della cronaca nera e tocca un nervo istituzionale scoperto: le banche dati pubbliche custodiscono pezzi essenziali della vita privata dei cittadini, ma il loro valore dipende anche dalla tracciabilità, dai controlli interni e dalla capacità dello Stato di impedire che chi ha una password possa trasformarla in una rendita criminale.

Le accuse contestate, a vario titolo, comprendono associazione per delinquere finalizzata all’accesso abusivo a sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie, ma il quadro emerso dalla Procura di Napoli restituisce già una fragilità evidente: quando l’infedeltà entra negli apparati chiamati a proteggere le informazioni, la sicurezza dei dati non è più un problema tecnico.

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