La tregua di dieci giorni tra Israele e Libano aveva alleggerito per poche ore il quadro regionale, ma non ha mai trasformato lo Stretto di Hormuz in un corridoio sicuro, anzi. Ed ora scatta perfino l’allarme farmaci entro l’estate.
La tregua di dieci giorni tra Israele e Libano ha alleggerito uno dei fronti più esposti della crisi, ma non ha riportato lo Stretto di Hormuz a condizioni normali di traffico. Il 20 aprile gli Stati Uniti hanno sequestrato la cargo iraniana Touska dopo un lungo stallo in mare, sostenendo che stesse tentando di violare il blocco sui porti della Repubblica islamica; Teheran ha reagito parlando di “pirateria armata”, ha minacciato ritorsioni e ha rimesso subito sotto pressione anche il canale negoziale che Washington sperava di riaprire prima della fine del cessate il fuoco. Nelle stesse ore il greggio è tornato a salire di oltre il 6%, segnale che il mercato continua a leggere Hormuz come una rotta esposta a nuove interruzioni e non come un corridoio rimesso davvero in sicurezza.
La tregua sul fronte libanese aveva però una funzione politica precisa. Nell’analisi sulla tregua imposta da Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz, Francesco Anghelone, coordinatore dell’Area di ricerca storico-politica e dell’Osservatorio sul Mediterraneo dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, spiega che la chiusura del fronte libanese serve a creare le condizioni minime di fiducia per facilitare la trattativa tra Stati Uniti e Iran. Il punto, però, è che lo stesso accordo nasce già su basi fragili: Hezbollah non è parte formale del tavolo, Israele mantiene margini di intervento, il sud del Libano resta un’area ad alta tensione e la buffer zone di fatto costruita dall’esercito israeliano rende instabile anche il ritorno dei civili. La tregua, quindi, riduce la pressione su un lato della crisi, ma non basta a sciogliere il nodo decisivo, che resta il rapporto tra Washington e Teheran.
È proprio su questo asse che gli aggiornamenti del 20 aprile hanno mostrato un nuovo irrigidimento. Nella diretta del 20 aprile sulla crisi in Iran Teheran non chiude del tutto ai nuovi colloqui, ma li subordina a “segnali positivi” dagli Stati Uniti; nello stesso tempo ribadisce che il trasferimento all’estero delle scorte di uranio arricchito non è sul tavolo, lasciando capire che il dossier nucleare resta uno dei punti più duri del confronto. A questo si è aggiunta la presa di posizione della Cina, che dopo il sequestro della nave iraniana ha parlato di “intercettazione forzata”, ha chiesto di evitare ulteriori escalation e ha collegato in modo esplicito cessate il fuoco, negoziati e ripresa del transito normale nello stretto. La linea di Pechino conta perché segnala che Hormuz viene ormai letto anche dalle grandi potenze asiatiche come il punto in cui si misura la possibilità stessa di una de-escalation.
Sul piano operativo, intanto, il traffico marittimo continua a muoversi dentro un quadro di incertezza che basta da solo a frenare la normalizzazione. Il 17 aprile, dopo l’annuncio iraniano di apertura durante la tregua, circa venti navi hanno provato a dirigersi verso Hormuz, ma molte si sono poi fermate o hanno invertito la rotta. Reuters riferisce che le compagnie hanno chiesto chiarimenti soprattutto sul rischio mine, mentre un advisory della U.S. Navy segnalava che in alcune aree la minaccia non era ancora pienamente compresa. Nello stesso articolo si legge anche che i passaggi commerciali, pur consentiti, dovevano essere coordinati con i Pasdaran e confinati in corridoi considerati sicuri da Teheran. Questo significa che la riapertura annunciata non corrispondeva a una libertà di navigazione piena, ma a un passaggio ancora condizionato, selettivo e militarizzato.
Il blocco americano resta un altro pezzo decisivo della crisi. Il Comando centrale statunitense ha comunicato ufficialmente che dal 13 aprile sono soggetti a blocco tutti i traffici marittimi in entrata e in uscita dai porti iraniani. Fanpage ha ricostruito che alle navi da e per l’Iran si applicano intercettazione, dirottamento e cattura, con eccezioni solo per spedizioni umanitarie, forniture mediche e altri beni essenziali, comunque previa ispezione. Per le navi dirette verso porti non iraniani, invece, il passaggio non risulta formalmente impedito, ma UKMTO e le autorità marittime hanno avvertito che i transiti possono avvenire in presenza di attività militari, comunicazioni mirate e procedure di visita. È un equilibrio che tiene aperta una parte della rotta e ne restringe un’altra, ma che sul piano pratico continua a trasformare ogni attraversamento in un caso diplomatico e operativo.
Dentro questa fragilità prende forma il piano europeo per riaprire lo Stretto di Hormuz. L’ipotesi più concreta è una missione marittima a mandato strettamente difensivo, costruita estendendo il perimetro dell’Operazione Aspides fino al Golfo Persico. Lo schema operativo prevede fregate e cacciatorpediniere per la scorta dei convogli, operazioni di sminamento, una rete di sorveglianza con radar e droni, più capacità di intelligence per monitorare in modo continuo l’area. In questa architettura l’Italia viene indicata come un attore importante sul versante dei cacciamine di ultima generazione, considerati essenziali per rendere praticabile il passaggio. Sul piano politico, però, il progetto resta delicato: un mandato Onu appare improbabile per via dei veti incrociati nel Consiglio di sicurezza, mentre un’operazione sotto ombrello Nato viene esclusa per evitare il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, parte attiva della crisi. Per questo l’ipotesi che prende quota è quella di una coalizione a guida europea, aperta anche a Paesi come India, Giappone, Corea del Sud e Singapore. Reuters conferma che più di una dozzina di Stati si è detta pronta a contribuire e che il lavoro franco-britannico si concentra su quattro binari: sicurezza marittima, eventuali misure economiche, liberazione di navi e marittimi bloccati, coordinamento con l’industria per la ripresa dei transiti.
Il costo della crisi, intanto, ha già smesso di essere soltanto energetico. Nel rapporto “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, Confindustria lega la guerra in Iran a un aumento dell’incertezza internazionale, a pressioni sui prezzi energetici, a costi di trasporto più alti e a un rallentamento della crescita italiana, con esportazioni stimate a +0,6% nel 2026 nello scenario di base. Nella diretta del 20 aprile Fanpage richiama anche una stima molto più concreta per l’industria: se la guerra si chiudesse a giugno con petrolio medio annuo a 110 dollari, per le imprese manifatturiere italiane il conto delle bollette crescerebbe di 7 miliardi di euro rispetto al 2025; se invece il conflitto si prolungasse per tutto il 2026 con petrolio medio a 140 dollari, il sovraccosto arriverebbe a 21 miliardi, una soglia indicata come non sostenibile. In un passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas liquefatto, basta un traffico parziale e più costoso per trasferire lo shock dal Golfo ai margini industriali europei.
Il fronte più sensibile, però, è ormai quello dei farmaci. Nell’allarme carenze di farmaci entro l’estate Farmindustria parla di costi di settore aumentati oltre il 20%, con rincari del 25% per alluminio, vetro e carta degli imballaggi e del 15% per i principi attivi. ANSA ha riportato gli stessi dati, spiegando che per il comparto si tratta del terzo shock ravvicinato dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso. RaiNews aggiunge che, in caso di blocco prolungato, potrebbero entrare in sofferenza forniture di paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e farmaci oncologici, perché la produzione dipende anche da precursori petrolchimici che arrivano dal Golfo. Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro studi, ha indicato una finestra temporale precisa: le criticità potrebbero emergere dall’estate o dopo l’estate in Italia e in Europa. Qui il problema non riguarda più soltanto il prezzo del barile, ma la tenuta di una filiera sanitaria che dipende da energia, imballaggi, chimica di base e catene logistiche globali.
Per questo Hormuz non riparte. La tregua libanese ha tolto pressione a un fronte laterale, ma non ha sciolto il blocco vero: il confronto tra Washington e Teheran sul traffico verso i porti iraniani, il negoziato nucleare di nuovo irrigidito, il rischio mine, la prudenza degli armatori e una missione europea che esiste ancora più sulla carta che in mare. Finché questi fattori restano insieme, la crisi continua a spostarsi da un settore all’altro: prima energia e logistica, poi manifattura, adesso anche farmaci.

