La battaglia di Hormuz è cominciata, ma nessuno vuole pronunciarne il nome. Gli Stati Uniti parlano di libertà di navigazione, l’Iran di provocazione militare, gli Emirati Arabi Uniti denunciano attacchi contro le proprie infrastrutture e le compagnie commerciali osservano lo Stretto come si osserva una miccia accesa vicino a un deposito di carburante.
Il 5 maggio 2026 la crisi tra Washington e Teheran ha superato la soglia della minaccia ed è entrata nella grammatica concreta della forza. “Project Freedom”, l’operazione voluta da Donald Trump per riaprire il passaggio nello Stretto di Hormuz, non è più soltanto una formula da comunicato presidenziale. È diventata una manovra militare: cacciatorpediniere, droni, velivoli, missili intercettati, scorte navali e versioni opposte dello stesso evento.
Secondo quanto ricostruito da Reuters, il Comando centrale degli Stati Uniti sostiene di aver distrutto sei barchini iraniani e intercettato missili da crociera e droni lanciati dai Guardiani della Rivoluzione contro le navi protette dagli Usa. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha descritto un dispositivo militare imponente sostenuto da circa 15 mila militari, cacciatorpediniere, oltre cento velivoli basati a terra e in mare, piattaforme senza pilota e assetti sottomarini.
Washington presenta l’operazione come una missione difensiva, necessaria a ripristinare il transito commerciale in uno dei corridoi marittimi più sensibili del pianeta. Ma una struttura di queste dimensioni non somiglia a una semplice scorta navale. Somiglia a una dichiarazione di controllo. Gli Stati Uniti vogliono dimostrare che l’Iran non può decidere da solo chi attraversa Hormuz, né trasformare una rotta globale in una leva permanente di ricatto geopolitico.
La versione americana è netta: il corridoio è stato aperto, due navi mercantili battenti bandiera statunitense hanno attraversato lo Stretto e le minacce iraniane sono state neutralizzate. La versione iraniana è speculare e opposta: i Guardiani della Rivoluzione negano che navi commerciali siano transitate nelle ultime ore e respingono come falsa la notizia dell’affondamento di proprie unità.
La frattura tra le due narrazioni è il centro politico della crisi. Se perfino il passaggio delle navi diventa materia contesa, Hormuz non è stato semplicemente riaperto: è diventato un campo di battaglia militare e simbolico allo stesso tempo. Non si combatte soltanto per far transitare un mercantile. Si combatte per stabilire chi possa dire al mondo di controllare lo Stretto.
Il caso più concreto riguarda la Alliance Fairfax, nave battente bandiera statunitense e operata da Farrell Lines, società controllata da Maersk. La compagnia ha confermato che l’unità è uscita dal Golfo attraverso Hormuz con l’accompagnamento militare americano, senza danni e con l’equipaggio al sicuro. È un successo tattico per Washington, ma non ancora una normalizzazione. Una nave che attraversa lo Stretto sotto protezione militare non prova che la rotta sia tornata sicura. Prova che, per attraversarla, serve ormai una copertura da scenario bellico.
Non siamo certo a Qadeš, a circa 24 chilometri a sud-ovest di Homs, sulle rive dell’Oronte dell’odierna Siria occidentale, dove intorno al 1274-1275 avanti Cristo si affrontarono gli Egizi di Ramses II e gli Ittiti. Ma siamo nello Stretto di Hormuz, tra Iran, Oman e Golfo Persico, dentro una crisi contemporanea fatta di petroliere, droni, cacciatorpediniere e mercati energetici. Eppure l’attinenza con quella battaglia strategica e carica di propaganda aiuta a leggere il cuore politico dello scontro.
Qadeš rimase nella storia anche per il modo in cui fu raccontata. Il faraone la presentò come un trionfo, scolpendo la propria versione nella memoria dell’Egitto, mentre la lettura storica più prudente parla di uno scontro incerto, privo di un vincitore netto. Anche a Hormuz la partita non si gioca soltanto sul mare. Gli Stati Uniti rivendicano il corridoio riaperto, le navi scortate e le minacce iraniane neutralizzate; Teheran nega la normalizzazione dello Stretto, smentisce le perdite e presenta la missione americana come una provocazione. Chi impone il proprio racconto prova a imporre anche la propria forza. La vicenda di Qadeš resta una lezione antica sulla propaganda della vittoria.
Il richiamo all’antichità, però, non confonde i piani. L’Iran moderno non è la Persia achemenide e gli Stati Uniti non esistevano nell’età dei faraoni. La rivalità tra Washington e Teheran appartiene alla storia contemporanea e ha radici precise. Nel 1953, Stati Uniti e Regno Unito sostennero il colpo di Stato contro Mohammad Mossadeq, il primo ministro iraniano che aveva nazionalizzato il petrolio, riportando al centro del potere lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Da lì nacque una ferita politica che l’Iran rivoluzionario avrebbe trasformato in memoria permanente dell’ingerenza occidentale.
La rottura definitiva arrivò nel 1979, con la rivoluzione islamica guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini e la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran. Da allora, la sfida tra Stati Uniti e Iran non si è mai davvero chiusa. Ha mutato forma, teatro e strumenti: sanzioni, isolamento diplomatico, programma nucleare, guerra Iran-Iraq, Iraq, Siria, Libano, Yemen, milizie alleate nella regione, fino all’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020.
Oggi quella lunga ostilità torna a concentrarsi in pochi chilometri d’acqua. Hormuz non è soltanto uno Stretto: è il punto in cui una rivalità lunga oltre settant’anni torna a essere visibile, misurabile, fotografabile. Le navi commerciali diventano prova di forza, i droni diventano linguaggio politico, il petrolio diventa pressione economica, la sicurezza marittima diventa propaganda.
Il fronte, intanto, si è allargato agli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha denunciato attacchi con missili e droni, compreso un episodio che ha provocato un incendio nell’area energetica di Fujairah. Non è un luogo marginale. Fujairah è uno snodo strategico perché si trova oltre il collo di bottiglia di Hormuz e rappresenta una delle vie regionali più importanti per la logistica petrolifera del Golfo. Colpirlo, o anche solo renderlo vulnerabile nella percezione dei mercati, significa parlare direttamente agli armatori, agli assicuratori, agli importatori e ai governi.
La reazione dell’India mostra quanto la crisi sia già internazionale. New Delhi ha condannato l’attacco a Fujairah dopo il ferimento di tre cittadini indiani e ha chiesto la libera navigazione attraverso lo Stretto secondo il diritto internazionale. Non è una posizione rituale. L’Asia dipende in modo diretto dalla stabilità delle rotte energetiche del Golfo e non può permettersi che Hormuz resti sospeso tra blocco, scorte armate e minacce incrociate.
La nave sudcoreana HMM Namu aggiunge un ulteriore elemento di incertezza. Seul ha confermato un’esplosione e un incendio a bordo, senza vittime, mentre le cause restano da accertare. Trump ha indicato l’Iran come responsabile, ma la prudenza sudcoreana pesa più delle accuse immediate. In una zona così militarizzata, distinguere tra attacco, incidente tecnico, mina o effetto indiretto dello scontro richiede tempo. Per le compagnie di navigazione, però, l’effetto pratico è immediato: se una nave brucia vicino a Hormuz, la rotta diventa più cara, più lenta e più rischiosa.
E il dato energetico spiega perché il mondo osservi questa crisi con tanta attenzione. Dallo Stretto di Hormuz passa una quota decisiva del commercio marittimo globale di petrolio e prodotti petroliferi. Quando la sicurezza del passaggio viene messa in discussione, il prezzo dell’energia incorpora il rischio di guerra, il rischio assicurativo, il rischio logistico e il rischio politico. Ogni missile intercettato, ogni drone abbattuto, ogni nave scortata aumenta il costo dell’incertezza.
Per l’Europa, e quindi per l’Italia, il punto è concreto. Una crisi prolungata nello Stretto può significare una catasfrofe: carburanti più cari, trasporti più costosi, filiere industriali sotto pressione e nuove spinte inflazionistiche. La guerra nel Golfo non resta nel Golfo: passa dalle petroliere alle bollette, dai porti ai supermercati, dalle scorte strategiche ai bilanci familiari.
La diplomazia continua a muoversi, ma sembra inseguire gli eventi. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sostiene che non esista una soluzione militare alla crisi e che i colloqui mediati dal Pakistan stiano facendo progressi. Trump, invece, non ha chiarito se il cessate il fuoco con l’Iran sia ancora in vigore. È un’ambiguità pesante. Se la tregua esiste solo finché nessuno la nomina, significa che la sua tenuta è già compromessa.
Il problema di Project Freedom è tutto qui. Una missione nata per riaprire il traffico civile rischia di trasformare ogni transito in una prova di forza. Ogni nave che passa diventa un messaggio americano. Ogni smentita iraniana diventa un messaggio opposto. Ogni drone lanciato o abbattuto può diventare il pretesto per un’escalation più ampia.
Washington vuole dimostrare che Teheran non può chiudere una rotta globale. Teheran vuole dimostrare che gli Stati Uniti non possono imporre il proprio ordine militare nello Stretto senza pagarne il prezzo politico. Gli Emirati vogliono impedire che la crisi entri stabilmente nelle proprie infrastrutture. L’India chiede libertà di navigazione. L’Europa osserva, preoccupata ma debole. Gli armatori aspettano di capire se fidarsi dei comunicati, dei radar o dei premi assicurativi.
La battaglia di Hormuz non si decide soltanto con il numero di navi passate nelle ultime dodici ore. Si decide sulla percezione della sicurezza. Se le compagnie torneranno a transitare, Trump potrà rivendicare una vittoria. Se continueranno a restare ferme, l’Iran potrà sostenere che lo Stretto non è stato davvero riaperto. Se un incidente colpirà una nave civile, la tregua rischierà di diventare carta bruciata.
E come a Qadeš, il risultato potrebbe restare ambiguo mentre ciascuna parte proverà a scolpirlo nella propria propaganda.

