Le ultime novità non raccontano un quadro molto idilliaco, anzi. A quanto pare, lo Stretto di Hormuz è stato paralizzato dagli USA, mentre le due navi commerciali fermate dai Pasdaran, la MSC Francesca e la Epaminondas, sono state avviate verso Bandar Abbas e gli equipaggi risultano al momento vivi e sotto monitoraggio diplomatico. Non si tratta ovviamente si un episodio isolato, ma la prova che Teheran conserva ancora la capacità di condizionare uno dei punti più sensibili del traffico energetico mondiale. Secondo Reuters, a bordo ci sono circa quaranta marittimi, e non ci sono segnali concreti di rilascio immediato.
Intanto i colloqui tanto acclamati da Trump tra Stati Uniti e Iran restano fermi, nonostante nelle ore precedenti si fosse tornati a evocare Islamabad come sede di una possibile ripresa del negoziato. Reuters segnala anche che Washington dice di voler aspettare “il miglior accordo” e di non avere fretta, ma allo stato attuale non esiste un nuovo round calendarizzato. Sul versante iraniano, la linea resta identica: finché il blocco navale americano non verrà alleggerito, Teheran non intende considerare la riapertura del passaggio come un gesto dovuto. Anche Le Monde, riprendendo il quadro diplomatico e militare, conferma che la leadership iraniana continua a legare qualsiasi normalizzazione di Hormuz alla fine della pressione marittima statunitense.
Nel frattempo l’Iran ha diffuso anche il video dell’abbordaggio, e questo dettaglio pesa più della propaganda. Perché mostra che la leva decisiva non è soltanto quella delle mine o dei missili, ma anche quella delle piccole unità veloci, il cuore della tattica asimmetrica iraniana nel Golfo. Reuters sottolinea che proprio questi mezzi, usati in sciami rapidi e difficili da neutralizzare, stanno smentendo la narrazione americana di una superiorità già consolidata nello stretto. Non è un aspetto secondario: se bastano motovedette leggere e abbordaggi mirati per bloccare o rallentare il traffico, allora la crisi non si risolve con l’annuncio di un cessate il fuoco o con una dichiarazione muscolare della Casa Bianca.
La risposta di Donald Trump, del resto, conferma che la tensione è ancora pienamente militare. Il presidente statunitense ha ordinato alla Marina di colpire le imbarcazioni iraniane che posano mine e ha rivendicato un ulteriore rafforzamento delle operazioni di dragaggio e controllo nello stretto. Ma il punto è che alla durezza verbale non è corrisposto alcun risultato politico immediato: il traffico resta sotto minaccia, le navi sequestrate non sono state restituite e il tavolo negoziale non è ripartito. AP riferisce che dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, oltre trenta imbarcazioni sono finite sotto attacco tra Golfo Persico, Stretto di Hormuz e Golfo di Oman. È un numero che racconta meglio di qualsiasi slogan quanto la sicurezza marittima resti compromessa.
Anche i mercati stanno leggendo la situazione in questo modo. Reuters rileva che il Brent è salito a 106,06 dollari al barile e il WTI a 96,56 dollari, con una settimana chiusa in netto rialzo dopo la nuova escalation navale e dopo la diffusione del filmato iraniano. Il dato più significativo, però, è strutturale: Hormuz continua a pesare per circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas, e Goldman Sachs stima che una quota molto ampia della produzione del Golfo resti ancora offline o ridotta per ragioni di prudenza, logistica e rischio operativo. Non è soltanto una crisi geopolitica: è già una crisi di catena energetica, trasporto e premi assicurativi. E dulcis in fundo, Lufthansa ha già annunciato di cancellare 20mila voli tra maggio e ottobre.

