La premier torna ad attribuire a Conte la mancata uscita anticipata dalla procedura Ue – dopo oltre tre anni di governo. I dati ufficiali, però, raccontano un quadro più complesso e molto meno comodo per Palazzo Chigi.

Giorgia Meloni ha scelto ancora una volta il Superbonus di Conte come bersaglio politico, sostenendo su X che senza quell’esborso l’Italia sarebbe scesa sotto il 3% di deficit/Pil nel 2025 e avrebbe lasciato con un anno di anticipo la procedura europea per deficit eccessivo. Il dato ufficiale, però, certifica due fatti insieme: il rapporto deficit/Pil è davvero fermo al 3,1% nel 2025, in calo dal 3,4% del 2024, ma proprio quello scarto minimo mostra anche quanto fosse fragile la narrazione di un ritorno ormai vicino alla piena normalità dei conti pubblici. I numeri sono quelli pubblicati dall’Istat nella notifica Maastricht del 22 aprile 2026, e confermati da Eurostat.

Scaricare tutto su Giuseppe Conte può funzionare sul piano propagandistico, molto meno su quello dell’analisi. Se bastavano 20 miliardi di Pil in più per cambiare il segno della giornata politica, allora il nodo non è soltanto il costo passato di una misura edilizia, ma anche la debolezza della crescita italiana sotto l’attuale esecutivo. Il Documento di finanza pubblica 2026 approvato dal governo parla infatti di crescita reale allo 0,6% sia nel 2026 sia nel 2027, con debito in aumento al 138,6% del Pil nel 2026. Numeri che non consentono di raccontare la vicenda come un semplice residuo del Conte II, perché descrivono un problema presente, non solo ereditato.

Il Superbonus ha avuto costi enormi e distorsioni evidenti, e negarlo sarebbe soltanto la versione opposta della stessa propaganda. Ma un conto è riconoscere l’impatto pesantissimo dei crediti edilizi sui conti dello Stato, altro è fingere che tutta la responsabilità politica possa essere congelata nel 2020 e rimessa in scena all’infinito contro Conte. La traiettoria ufficiale della misura dimostra invece che il dossier è rimasto aperto ben oltre la nascita del governo Meloni: la stessa pagina dell’Agenzia delle Entrate sul Superbonus ricorda che l’agevolazione è passata al 70% per le spese del 2024 e al 65% per quelle del 2025. In altre parole, il meccanismo non si è fermato con la fine del governo Conte, ma ha continuato a produrre effetti dentro le scelte normative e di gestione dei governi successivi.

È qui che la polemica di Meloni mostra il suo limite più evidente. Dopo oltre tre anni a Palazzo Chigi, dopo una lunga serie di decreti correttivi e dopo aver costruito la propria legittimazione economica anche sulla promessa di rimettere in ordine i conti, continuare a evocare il Superbonus come se fosse un incidente esterno significa ammettere di non essere riusciti né a chiudere davvero la falla né a costruire un sentiero di crescita tale da assorbirne l’eredità. Non basta dire che il passato pesa: bisognerebbe spiegare perché, con il pieno controllo della politica di bilancio, quel peso sia ancora il principale alibi del presente.

La questione politica, allora, non è assolvere ogni errore del passato. È rifiutare una narrazione interessata in cui la mancata uscita anticipata dalla procedura Ue diventa solo l’ennesima occasione per colpire il leader del M5S. I dati raccontano che il Superbonus ha inciso, ma raccontano anche che oggi l’Italia resta sopra la soglia del 3%, con un debito al 137,1% del Pil e con prospettive di crescita ancora troppo deboli. Se Meloni vuole davvero chiudere questa stagione, non le basta ripostare un colpevole: deve dimostrare di saper governare.