Per 69 minuti l’Inter ha dato l’impressione di non trovare né ritmo né profondità, mentre il Como ha giocato con più coraggio, più pulizia tecnica e una lettura della partita decisamente più nitida. A San Siro la semifinale di ritorno di Coppa Italia sembrava scivolare verso l’impresa della squadra di Cesc Fabregas, avanti dopo lo 0-0 dell’andata e capace di portarsi sul 2-0 prima che la serata cambiasse volto in modo quasi brutale. Alla fine è finita 3-2 per i nerazzurri, che hanno staccato il pass per la finale.
La partita, in realtà, aveva mandato segnali molto chiari fin dall’inizio. Il Como era entrato meglio, aveva costretto subito Martinez a un intervento pesante su Baturina e aveva anche colpito il palo nei primi minuti. L’Inter ha avuto qualche fiammata, soprattutto con Barella e Thuram, ma senza continuità e senza quella capacità di strappare il campo che serve nelle partite da dentro o fuori. Il vantaggio lariano è arrivato al 32’, con Baturina bravo a chiudere l’azione che ha premiato la pressione e la qualità del Como tra le linee. Anche dopo l’1-0 la squadra di Fabregas non ha abbassato il baricentro in modo passivo: ha continuato a tenere il match dentro i propri codici, lasciando all’Inter un possesso spesso leggibile e poco incisivo.
Il colpo che sembrava definitivo è arrivato in apertura di ripresa. Al 48’ un errore in uscita dei nerazzurri ha spalancato la strada a Da Cunha, servito da Nico Paz per il 2-0 che ha gelato San Siro. In quel momento la lettura più onesta della gara era semplice: il Como stava meritando il vantaggio non solo per il punteggio, ma per organizzazione, aggressività sulle seconde palle e lucidità nelle transizioni. L’Inter continuava a palleggiare, ma lo faceva senza cambiare marcia, senza trovare l’uomo tra le linee e senza portare davvero il peso della partita dentro l’area di Butez.
La svolta vera è arrivata con le mosse di Chivu al 60’, quando dentro sono entrati Sucic e Diouf per Zielinski e Dimarco. Non è stato un semplice aggiustamento: è cambiata l’inerzia tecnica del match. L’Inter ha cominciato a occupare meglio la trequarti, a sporcare di più le letture del Como, a mettere un uomo in più nelle zone decisive. Il primo squillo è diventato gol al 69’, quando Calhanoglu ha riaperto la semifinale con una conclusione dal limite nata proprio da una giocata di Sucic. Da lì il Meazza si è acceso davvero e il Como, fino a quel momento lucidissimo, ha iniziato ad abbassarsi troppo.
Da quel momento la partita si è ribaltata in pochi minuti. All’86’ è arrivato il 2-2, ancora con Calhanoglu, questa volta di testa, in un fondamentale che non appartiene al suo repertorio abituale ma che ha fotografato perfettamente il caos della serata. Poi, all’89’, è stato Sucic a completare il sorpasso: combinazione ancora con il turco, tiro sul secondo palo e San Siro liberato in un colpo solo. Il dato che racconta meglio la rimonta è questo: tutti e tre i gol dell’Inter sono nati dopo il 69’, e Sucic ha avuto un peso diretto in tutte le reti decisive della risalita nerazzurra.
Il punto, però, non è solo il carattere. Questa partita dice anche altro. Dice che per oltre un’ora il Como è stato superiore, e che l’Inter ha evitato una serata pesantissima solo quando ha smesso di interpretare la gara con prudenza e ha iniziato a giocarla con urgenza. È un dettaglio che conta, perché la qualificazione consegna a Chivu la finale di Coppa Italia ma lascia pure una traccia tattica: contro avversari organizzati e aggressivi, questa Inter può ancora diventare piatta e prevedibile. La rimonta copre molto, ma non cancella quel tratto di opacità visto fino al primo gol del turco.
C’è poi un dettaglio che rende ancora più singolare il rapporto recente tra Inter e Como. Appena nove giorni fa, in campionato, i nerazzurri avevano già ribaltato i lariani dopo essere andati sotto di due reti, vincendo 4-3 al Sinigaglia. Stavolta il copione è cambiato nei dettagli ma non nella sostanza: il Como costruisce, colpisce, mette l’Inter alle corde; l’Inter resta viva e poi travolge il finale. La differenza, oggi, è che il prezzo per la squadra di Fabregas è ancora più alto: sfuma la finale, mentre i nerazzurri andranno a giocarsi il trofeo il 13 maggio all’Olimpico contro una tra Atalanta e Lazio.

