L’Italia fuori dal Mondiale fa male. Ma entrarci dalla porta laterale, sfruttando una crisi internazionale e non il verdetto del campo, fa ancora più rumore. L’ipotesi di un ripescaggio degli Azzurri ai Mondiali 2026 al posto dell’Iran ha acceso discussioni, speranze residue e qualche calcolo regolamentare. Alla prova dell’opinione pubblica, però, quella suggestione si sgonfia: la maggioranza degli italiani non vuole una Nazionale ripescata.

Secondo il sondaggio Swg pubblicato dalla Gazzetta dello Sport, solo il 25% degli intervistati sarebbe favorevole a vedere l’Italia al Mondiale al posto dell’Iran. Il 58% si dichiara contrario, mentre il 17% non prende posizione. Il dato più duro riguarda le motivazioni: per il 47% degli italiani partecipare senza qualificazione sportiva sarebbe una vergogna per la Nazionale e per il Paese.

È un responso severo, ma non freddo. Dentro quel rifiuto non c’è indifferenza verso la maglia azzurra, semmai il contrario. C’è la consapevolezza che una Nazionale quattro volte campione del mondo non può trasformare il proprio blasone in una deroga permanente. Il Mondiale, nel calcio, non è soltanto una vetrina: è un diritto conquistato attraverso gironi, spareggi, punti, gol segnati e occasioni mancate. Saltare quel passaggio avrebbe il sapore di una riparazione artificiale, non di una rinascita.

La minoranza favorevole guarda alla questione da un’altra prospettiva. Per il 13% degli intervistati, la presenza dell’Italia avrebbe un valore economico e simbolico troppo importante per il Paese; per un altro 12%, un Mondiale con gli Azzurri guadagnerebbe fascino e spettacolo. Argomenti comprensibili, soprattutto dopo dodici anni di assenza dal torneo più importante, ma non abbastanza forti da superare il criterio che domina il sondaggio: al Mondiale si va per merito sportivo.

La ferita è evidente. L’Italia non vive una semplice eliminazione, ma la terza assenza consecutiva dalla Coppa del Mondo. Per una nazionale con quella storia, non è un dettaglio statistico: è una frattura culturale. Eppure proprio questa frattura rende più significativo il risultato del sondaggio. Il Paese del calcio emotivo, della speranza fino all’ultimo pallone, stavolta sembra respingere l’idea di una qualificazione senza campo. Non per orgoglio retorico, ma perché una scorciatoia rischierebbe di coprire il problema anziché costringere il sistema a guardarlo.

Sul piano istituzionale, intanto, lo spiraglio appare sempre più stretto. Come riporta Open, Gianni Infantino ha augurato all’Iran il meglio per la sua quarta partecipazione consecutiva alla Coppa del Mondo. Un messaggio che pesa più di molte smentite formali, perché arriva dal presidente della FIFA e conferma la direzione politica e sportiva dell’organizzazione internazionale.

L’Iran resta inserito nel gruppo G con Belgio, Nuova Zelanda ed Egitto. La federazione iraniana continua a chiedere garanzie su visti, sicurezza, rispetto della delegazione, tutela di bandiera e inno nazionale. Sono questioni sensibili, rese ancora più delicate dal quadro geopolitico. Ma nessuno di questi elementi, almeno finora, equivale a una rinuncia formale. E senza una rinuncia o un’esclusione ufficiale, l’idea del ripescaggio italiano rimane più una proiezione che uno scenario regolamentare solido.

La vicenda dice molto anche sul calcio italiano. Il tema non riguarda soltanto l’Iran, la FIFA o i margini di un regolamento. Riguarda la tentazione di sostituire la ricostruzione con l’occasione improvvisa, il lavoro tecnico con l’eccezione, la crisi strutturale con una soluzione esterna. Un ripescaggio non cancellerebbe il fallimento della qualificazione. Lo renderebbe soltanto meno visibile per qualche settimana, fino al ritorno della realtà.

Per questo il no degli italiani pesa. Ma non è un gesto contro la Nazionale. È una richiesta di dignità sportiva. Gli Azzurri devono tornare al Mondiale, ma devono farlo con una squadra capace di conquistarne il diritto. Senza scorciatoie, senza invocare crisi altrui, senza affidare alla geopolitica ciò che il campo non ha saputo dare.

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Davide
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Davide
11 Maggio 2026 alle 13:17 13:17

Peccato, a me invece piacerebbe. Non sarebbe di merito. Ma alla fine chissene…