La suggestione dell’Italia ripescata ai Mondiali 2026 non è morta sul piano mediatico, ma il nuovo passaggio non riguarda più Roma: riguarda Zurigo, Teheran e Washington. La FIFA ha chiamato la federazione iraniana per un incontro nella propria sede svizzera entro il 20 maggio, mentre Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump per le partnership globali, continua a sostenere che la “partita” per gli Azzurri non sia ancora chiusa.
Il cambio di fase è evidente. Fino a pochi giorni fa il caso sembrava ruotare quasi solo intorno alla proposta, politicamente suggestiva ma sportivamente debolissima, di sostituire l’Iran con l’Italia nel tabellone del Mondiale. Ora il baricentro si è spostato: secondo l’Associated Press, la FIFA ha invitato i vertici della federazione iraniana a Zurigo per discutere i piani di partecipazione della nazionale al torneo negli Stati Uniti.
L’appuntamento ha una data limite: 20 maggio 2026. Non è una scadenza formale per “ripescare” qualcuno, ma una tappa delicata per capire se l’Iran intenda arrivare davvero al Mondiale con la propria delegazione completa, in quali condizioni e con quali garanzie diplomatiche.
Il presidente della federazione iraniana, Mehdi Taj, ha già messo sul tavolo una richiesta pesante. Dopo il caso dell’ingresso negato o comunque fallito in Canada in occasione del Congresso FIFA di Vancouver, Taj ha chiesto che la FIFA garantisca alla delegazione iraniana un trattamento ritenuto rispettoso anche verso i Pasdaran, cioè il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il problema è che Stati Uniti e Canada considerano l’IRGC un’organizzazione terroristica. Secondo Reuters, Taj ha sostenuto che l’Iran va al Mondiale perché si è qualificato e che il suo “ospite” è la FIFA, non Donald Trump né l’America.
Qui il caso calcistico diventa una questione di sovranità simbolica. L’Iran non sta solo chiedendo sicurezza per i giocatori. Sta chiedendo che la propria delegazione non venga filtrata, limitata o umiliata per i legami politici e militari di alcuni dirigenti. Washington, però, ha già fatto passare una linea molto diversa: i calciatori iraniani possono entrare, gli uomini legati ai Pasdaran no.
È dentro questa frattura che Zampolli continua a infilare il nome dell’Italia. L’argomento resta quello già emerso nelle scorse settimane: se l’Iran non dovesse partecipare, gli Azzurri — quattro volte campioni del mondo e nazionale più alta nel ranking tra le escluse — avrebbero, secondo lui, i requisiti per subentrare. Ma il terreno regolamentare rimane scivoloso. La FIFA può decidere come intervenire in caso di ritiro o esclusione di una federazione, ma non esiste una corsia preferenziale per una nazionale europea eliminata sul campo.
L’Italia, oggi, non è dentro alcun procedimento ufficiale. Non c’è un dossier aperto a suo favore, non c’è una procedura di ripescaggio annunciata, non c’è una posizione pubblica della FIFA che collochi gli Azzurri davanti ad altre possibili soluzioni. Il nome dell’Italia vive nella pressione politica e nel rimbalzo mediatico, non ancora negli atti sportivi.
La posizione di Gianni Infantino, almeno pubblicamente, resta opposta alla narrazione del ripescaggio. Al Congresso FIFA di Vancouver, il presidente della federazione mondiale ha ribadito che l’Iran parteciperà al Mondiale e giocherà negli Stati Uniti. La sua linea è quella del calcio come spazio di ricomposizione, formula nobile e insieme fragile quando deve attraversare visti negati, guerre, frontiere e apparati di sicurezza.
Il calendario rende tutto ancora più concreto. L’Iran è inserito nel gruppo G con Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto. Le sue gare sono previste negli Stati Uniti, tra area di Los Angeles e Seattle. La nazionale iraniana dovrebbe quindi entrare nel Paese ospitante prima dell’inizio della competizione, che partirà l’11 giugno. Ogni ritardo sulle garanzie, ogni attrito sui dirigenti e ogni irrigidimento politico può diventare un problema organizzativo vero.
Per l’Italia, però, confondere questo problema con una porta spalancata sarebbe un errore. Il tavolo di Zurigo nasce per tenere l’Iran dentro il Mondiale, non per accompagnarlo fuori. La FIFA ha interesse a evitare un caso esplosivo a poche settimane dal torneo: perdere una qualificata per ragioni geopolitiche aprirebbe un precedente pesantissimo, soprattutto in un’edizione ospitata da tre Paesi e costruita anche come grande vetrina globale degli Stati Uniti.
Il paradosso è che la speranza italiana cresce solo se la diplomazia fallisce. Più Teheran alza il prezzo delle garanzie, più Washington irrigidisce i controlli sugli uomini vicini ai Pasdaran, più Zampolli può raccontare una partita ancora aperta. Ma questo non trasforma la suggestione in diritto sportivo.
Gli Azzurri restano spettatori di una crisi che non hanno prodotto e che non possono governare. La nazionale italiana ha mancato il Mondiale sul campo. L’eventuale assenza dell’Iran, se mai arrivasse, non cancellerebbe quella ferita tecnica e federale. La renderebbe semmai più imbarazzante, perché affiderebbe la presenza dell’Italia non a una qualificazione, ma a un incidente diplomatico internazionale.
La data da osservare ora è il 20 maggio. Se a Zurigo la FIFA e l’Iran troveranno una formula accettabile, il caso tornerà a essere ciò che Infantino vuole: una partecipazione confermata, pur dentro un contesto tesissimo. Se invece l’incontro dovesse certificare una rottura, allora il Mondiale entrerebbe in una zona regolamentare eccezionale.


La vera domanda non è se l’Italia possa rientrare dalla porta laterale, ma perché debba ancora sperare negli incidenti diplomatici altrui. Se il Mondiale diventa terreno di geopolitica, il calcio mostra tutte le sue contraddizioni. Ma per gli Azzurri resta una verità scomoda: sul campo non abbiamo fatto abbastanza.
Non succede, ma se succede…