Il racconto dell’Italia “che corre” si ferma davanti ai numeri. Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat consegna una fotografia molto diversa dalla propaganda di Palazzo Chigi: il Paese cresce poco, i salari recuperano solo in parte, la povertà resta alta e il potere d’acquisto continua a essere il vero buco nero della vita quotidiana. Secondo la sintesi del Rapporto annuale Istat 2026, nel 2025 il Pil italiano è aumentato appena dello 0,5% in termini reali, dopo lo 0,8% del 2024.
Il dato pesa ancora di più perché arriva dopo mesi di narrazione governativa tutta costruita su stabilità, occupazione e affidabilità internazionale. L’occupazione rallenta: solo +0,8% nel 2025. Il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,5%, ma la questione sociale non è solo quanti lavorano, ma quanto valgono davvero stipendi, contratti e servizi pubblici.
Il nodo più duro riguarda infatti i redditi. Le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1% nel 2025 e hanno consentito un piccolo recupero per il secondo anno consecutivo, ma l’Istat segnala che alla fine del 2025 la perdita di potere d’acquisto rispetto al 2019 resta ancora pari all’8,6%. Tradotto: dopo anni di rincari, una parte consistente delle famiglie continua a vivere con salari che materialmente non ricostruiscono ciò che l’inflazione ha eroso.
La Commissione europea conferma il quadro debole. Nelle sue previsioni economiche per l’Italia, Bruxelles stima una crescita reale dello 0,5% anche nel 2026 e appena dello 0,6% nel 2027. La crescita dei consumi rallenta per la perdita di potere d’acquisto, mentre l’inflazione è prevista al 3,2% quest’anno. Il debito pubblico, già al 137,1% del Pil nel 2025, viene indicato in salita fino al 139,2% nel 2027.
La fotografia sociale è ancora più severa. Nel 2025 quasi 11 milioni di persone, pari al 18,6% della popolazione, risultano a rischio povertà. Oltre un quinto degli italiani dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e più di un quarto fatica a sostenere spese impreviste. Nel 2024 la povertà assoluta riguarda 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie. Non è marginalità residuale: è una frattura stabile dentro il Paese.
Il Mezzogiorno continua a pagare il prezzo più alto, con il 10,5% delle famiglie in povertà assoluta. Nelle Isole l’incidenza individuale sale dall’11,9% del 2023 al 13,4% del 2024. Anche il titolo di studio resta una protezione decisiva: la povertà assoluta colpisce il 15,1% delle persone con al massimo la licenza media, contro il 2,3% dei laureati. È il ritratto di un’Italia dove nascere nel territorio sbagliato, in una famiglia fragile o con meno strumenti educativi continua a pesare più di qualsiasi slogan sul merito.
La povertà energetica aggiunge un altro segnale d’allarme: passa dal 7,7% del 2022 al 9,1% del 2024. Nel frattempo, ad aprile 2026 l’inflazione italiana è salita al 2,8%, spinta dall’energia, con i prezzi energetici passati dal -2,1% di marzo al +9,3% di aprile. Se il nuovo shock dovesse protrarsi, il recupero salariale rischierebbe di essere nuovamente bruciato dalle bollette, dai carburanti e dai costi indiretti scaricati su beni e servizi.
Il governo rivendica prudenza nei conti, ma anche lì il quadro è più fragile di quanto raccontato. L’indebitamento netto italiano è sceso al 3,1% del Pil nel 2025, dal 3,4% del 2024, ma resta sopra la soglia simbolica del 3%. La pressione fiscale è salita al 43,1% del Pil, dal 42,4% dell’anno precedente. Il miglioramento dei saldi convive quindi con una crescita anemica e con famiglie che continuano a pagare il conto della stagnazione.
Il dato politico è netto: il governo Meloni ha costruito una parte della propria legittimazione sulla promessa di proteggere il potere d’acquisto, sostenere i redditi medio-bassi e rendere l’Italia più forte in Europa. I numeri dicono altro. Crescita allo 0,5%, salari ancora sotto il livello reale del 2019, povertà assoluta a 5,7 milioni di persone e quasi 11 milioni a rischio povertà non sono incidenti statistici. Sono il bilancio concreto di un Paese che lavora di più, ma non vive meglio.
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