La verità è che il Governo Meloni sta cercando di tenere a bada la pressione fiscale (senza riuscirci), salità al 43,1% dall’insediamento di questo esecutivo. Ma Fratelli d’Italia su X continua a postare una narrazione completamente diversa, solo per attaccare “la sinistra delle tasse”.

I numeri infatti raccontano una traiettoria diversa da quella raccontata dal partito della Meloni. Dal 2022 al 2025 la pressione fiscale annuale è salita dal 41,7 al 43,1 per cento del Pil. Una crescita che rende molto meno solida la narrazione di Fratelli d’Italia: se il prelievo complessivo sull’economia aumenta, parlare genericamente di “meno tasse” diventa una rappresentazione non corretta nei confronti di cittadini e pmi, utile alla propaganda ma debole alla prova dei dati.

Il quadro diffuso dall’Istat sui conti pubblici fotografa un andamento difficile da piegare allo slogan dei social. Nel 2025 la pressione fiscale si è attestata al 43,1 per cento, in crescita rispetto al 42,4 per cento del 2024. Nel quarto trimestre 2025 ha avuto un picco perfino fino al 51,4 per cento, dato trimestrale superiore di 0,8 punti rispetto allo stesso periodo del 2024.

La pressione fiscale misura quanta parte della ricchezza prodotta dal Paese viene assorbita da imposte e contributi. Quando sale, non significa che ogni cittadino o ogni impresa riceva automaticamente una nuova tassa, ma che nel complesso lo Stato trattiene una quota più alta del reddito generato dall’economia.

Per le famiglie questo può voler dire reddito disponibile più fragile, consumi più costosi e minore capacità di risparmio. Anche quando una busta paga cresce in termini nominali, il margine reale può restare stretto se il peso di Irpef, contributi, Iva, addizionali e imposte indirette continua a incidere su stipendi e prezzi. La promessa dei “più soldi nelle tasche degli italiani” diventa quindi molto più debole quando il dato complessivo del prelievo sale.

Per le PMI il problema è ancora più concreto. Una piccola impresa non guarda solo l’aliquota scritta in una tabella: guarda cassa, contributi, costo del lavoro, Iva, acconti, margini e tempi di incasso. Una pressione fiscale più alta può tradursi in meno liquidità, meno spazio per investire, più fatica ad assumere e margini più stretti, soprattutto per chi lavora in settori dove i costi non possono essere scaricati facilmente sui prezzi finali.

Anche sul 2026 serve prudenza. Non esiste ancora un dato consuntivo annuale, perché l’anno è in corso. Ma le previsioni tendenziali del Documento di finanza pubblica indicano una pressione fiscale al 42,9 per cento nel 2026, ancora sopra il livello del 2022. La stessa traiettoria prevede poi una risalita al 43,2 per cento nel 2027, fino ad arrivare al 43,1 per cento nel 2029, secondo le tabelle del Documento di finanza pubblica riportate da Radiocor.

La polemica contro le opposizioni serve a spostare l’attenzione su patrimoniali evocate, risparmi minacciati e vecchi riflessi anti-sinistra. Ma la verifica va fatta sui dati ufficiali: mentre Fratelli d’Italia rivendica più soldi nelle tasche degli italiani, la pressione fiscale annuale arriva al 43,1 per cento e il quarto trimestre 2025 registra un picco del 51,4 per cento.

Diffondi questa storia

Porta la notizia nel confronto

Questo articolo fa parte della timeline Politica: Dietro le quinte. Condividilo o segui gli aggiornamenti collegati.

Discussione

La notizia continua nel confronto

Apri il dibattito su questa notizia.

Partecipa alla discussione

Google News

Leggi più spesso The Jungle Globe su Google

Aggiungici alle tue fonti preferite e ricevi più spesso i nostri aggiornamenti nelle Notizie principali.

Scegli The Jungle Globe come fonte preferita