La riforma della disabilità entra in una fase che può cambiare il rapporto tra cittadini e Stato: non più soltanto una diagnosi, una percentuale, un verbale, ma una valutazione più ampia della persona nei suoi contesti di vita. Il nuovo modello previsto dal decreto legislativo 62/2024 porta la valutazione di base verso un criterio più vicino alla realtà quotidiana: come una persona comunica, si muove, studia, lavora, partecipa, quali barriere incontra e quali sostegni le servono davvero.
È un passaggio che riguarda l’intero mondo della disabilità, ma che tocca in modo diretto anche l’autismo. Perché nei disturbi dello spettro autistico il rischio è sempre lo stesso: ridurre tutto a una diagnosi formale, senza leggere la complessità del funzionamento individuale, delle autonomie, della comunicazione, della regolazione emotiva e dei bisogni di supporto. Un minore autistico non può essere valutato soltanto attraverso una fotografia clinica: va compreso dentro la sua vita reale.
Secondo l’approfondimento pubblicato da Vita.it sulla nuova valutazione di base della disabilità, il cambiamento è prima culturale che amministrativo: non si chiede più soltanto che cosa una persona non sappia fare, ma quali sostegni siano necessari per permetterle di partecipare alla vita familiare, scolastica, sociale e lavorativa. La disabilità non viene più letta come conseguenza automatica della patologia, ma come interazione tra una condizione di salute e un ambiente che può ostacolare o facilitare la partecipazione.
Il nuovo sistema è già in sperimentazione in diversi territori (stabiliti dalla prima fase dal 1 gennaio 2025, dalla seconda fase dal 30 settembre 2025 e dalla terza fase dal 1 marzo 2026) e dovrebbe entrare a regime in tutta Italia dal 1° gennaio 2027. L’INPS diventa il titolare unico del processo di accertamento, con l’obiettivo dichiarato di superare la frammentazione tra province, Asl e procedure diverse. Nelle aree coinvolte, il procedimento parte direttamente con il certificato medico introduttivo, senza la domanda amministrativa separata che fino a oggi costringeva famiglie e cittadini a un ulteriore passaggio burocratico. L’INPS ha chiarito che la sperimentazione riguarda anche i disturbi dello spettro autistico, insieme a sclerosi multipla e diabete di tipo 2, e che dal marzo 2026 è stata estesa ad altre quaranta province.
La novità più rilevante è il cambio di prospettiva. La diagnosi clinica resta, ma viene affiancata da strumenti come ICD, ICF e WHODAS, pensati per descrivere il funzionamento della persona e l’impatto della condizione sulla vita quotidiana. Non è una differenza tecnica marginale. Significa che la valutazione dovrebbe guardare anche alle capacità adattive, alla partecipazione sociale, all’ambiente, ai sostegni e agli ostacoli concreti. Per l’autismo, questo può voler dire uscire dalla gabbia della sola etichetta diagnostica e riconoscere bisogni che spesso non emergono in una visita standard.
Nel caso dei minori, la composizione delle Unità di Valutazione di Base assume un peso decisivo. L’INPS ha indicato che, per le valutazioni in età evolutiva, almeno uno dei medici della commissione deve avere competenze in pediatria, neuropsichiatria infantile, specializzazioni affini o nella patologia che caratterizza la condizione della persona. È un elemento essenziale: una commissione che valuta un minore autistico deve possedere strumenti adeguati, non limitarsi a un accertamento generico.
La riforma promette anche di incidere sulle revisioni. Per anni molte famiglie hanno dovuto affrontare richiami periodici percepiti come umilianti e inutili, anche davanti a condizioni non reversibili. Nell’approfondimento di Vita viene richiamato il caso dei disturbi dello spettro autistico di livello 2 o 3: una volta accertata la diagnosi, non avrebbe senso richiamare ciclicamente la persona per dimostrare ciò che è già documentato. È uno dei punti più sensibili, perché tocca una ferita nota a migliaia di famiglie: dover provare e riprovare una condizione che non scompare per decreto.
Resta però una criticità pesante: il costo del certificato medico introduttivo. In alcune aree, secondo quanto riportato da Vita, le famiglie denunciano cifre anche molto elevate. È un cortocircuito evidente: una riforma nata per semplificare non può trasformare l’accesso al riconoscimento della disabilità in una nuova barriera economica. Se il certificato diventa oneroso, la semplificazione rischia di pesare proprio su chi è già costretto a sostenere terapie, visite, assistenza, trasporti e percorsi educativi spesso non coperti in modo sufficiente dal sistema pubblico.
Il tema politico è concreto: una valutazione più moderna non basta, se poi l’accesso resta diseguale. Serve uniformità nazionale, servono commissioni realmente formate, serve vigilanza sui costi, serve una procedura comprensibile anche per le famiglie meno attrezzate sul piano burocratico. Altrimenti il rischio è sostituire una vecchia frammentazione con una nuova: più digitale, più ordinata sulla carta, ma ancora difficile da attraversare per chi vive ogni giorno la disabilità.
Il progetto di vita è l’altro pilastro della riforma. Non dovrebbe essere un fascicolo formale, ma lo strumento attraverso cui costruire sostegni coerenti con desideri, bisogni e contesti della persona. Per l’autismo questo passaggio è decisivo: scuola, assistenza educativa, inclusione sociale, transizione all’età adulta, lavoro, abitare, sollievo familiare non possono restare compartimenti separati. La vita di una persona autistica non procede per moduli amministrativi: procede per continuità, relazioni, routine, competenze e sostegni stabili.
Discussione
La notizia continua nel confronto
Ci sono già 2 commenti su questa notizia.
Partecipa alla discussioneGoogle News
Leggi più spesso The Jungle Globe su Google
Aggiungici alle tue fonti preferite e ricevi più spesso i nostri aggiornamenti nelle Notizie principali.
Scegli The Jungle Globe come fonte preferita

Questa è una buona occasione per dimenticare la classificazione DSM 5, degli psichiatri USA, coi 3 livelli, e valutare i bisogni, alla base del progetto di vita e del budget di salute. La classificazione vera arriverà quando si applicherà le analisi genetiche, che in questi ultimi anni identificano le cause: centinaia di malattie rare monogeniche.
Concordo, i livelli DSM-5 non dovrebbero diventare una scorciatoia per decidere i sostegni. Servono bisogni reali, funzionamento e contesto. La genetica aprirà scenari importanti, soprattutto con il supporto dell’IA. Ma oggi la valutazione multidimensionale resta decisiva.