La segnalazione è arrivata attraverso il forum di discussione collegato ad Autismo33, spazio di confronto seguito da professionisti, famiglie e persone che osservano da vicino l’evoluzione della ricerca sull’autismo. Al centro c’è uno studio pubblicato su Nature Neuroscience il 15 maggio 2026 da Marco Pagani, Valerio Zerbi, Silvia Gini e da un ampio gruppo internazionale di ricercatori. Il lavoro, firmato anche da Alessandro Gozzi, prova a dare una forma biologica a una constatazione nota da anni nella clinica: la stessa diagnosi può raccogliere profili molto diversi tra loro.

La ricerca nasce da una collaborazione tra Italia, Stati Uniti, Svizzera e Regno Unito. Non è solo un dettaglio geografico. Il passaggio più interessante riguarda l’incontro tra due mondi che spesso procedono in parallelo: da una parte chi lavora sui modelli animali, dall’altra chi studia direttamente gli esseri umani. In questo caso i due piani vengono messi in relazione attraverso l’analisi della connettività funzionale del cervello, cioè il modo in cui diverse aree cerebrali tendono ad attivarsi insieme.

Il risultato è netto. Nei 20 modelli animali analizzati e in un grande dataset umano composto da oltre 1.900 soggetti, gli autori individuano due sottotipi biologicamente distinti. Uno è caratterizzato da ipoconnettività, associata soprattutto a disfunzioni sinaptiche. L’altro mostra iperconnettività, collegata ad alterazioni immunitarie e a profili molecolari differenti.

Detto in modo semplice: persone con la stessa diagnosi possono avere cervelli che funzionano in direzioni opposte. Non “più autismo” o “meno autismo”, non una scala lineare, ma configurazioni biologiche differenti. È qui che il lavoro diventa rilevante anche fuori dal perimetro stretto della ricerca di laboratorio, perché spinge a guardare allo spettro autistico non come a un blocco unico, ma come a un insieme di condizioni che possono condividere manifestazioni cliniche pur avendo meccanismi biologici diversi.

Nel campione umano, i due sottotipi individuati non coprono tutte le persone autistiche esaminate. Riguardano una parte del dataset. Questo limite non indebolisce il lavoro, anzi lo rende più credibile. Gli autori non pretendono di aver chiuso la classificazione biologica dell’autismo. Mostrano piuttosto che una porzione della variabilità osservata nelle persone autistiche può essere letta come segnale biologico, non come semplice rumore statistico.

Nell’intervista realizzata da Giulia Basso per Innlifes, Alessandro Gozzi sintetizza il punto con una frase molto chiara: «Questa variabilità non è un sottoprodotto di una tecnica sbagliata». Alcune persone mostrano una mappatura cerebrale, altre una mappatura completamente diversa. La prospettiva evocata è quella della medicina di precisione: non una sola scansione capace di definire “il tipo di autismo”, ma una griglia di misure integrate, dall’imaging all’elettroencefalografia, fino all’analisi genetica.

Il paragone con altre aree della medicina aiuta a capire la direzione. Per molte patologie complesse, la diagnosi generale non basta più. Nel diabete, nei tumori, nelle malattie immunologiche, la ricerca ha imparato a distinguere sottotipi, marcatori, traiettorie biologiche. L’autismo potrebbe seguire una strada simile, con tutte le cautele necessarie: non per ridurre la persona a un dato di laboratorio, ma per evitare che bisogni molto diversi vengano compressi dentro la stessa categoria.

La prudenza resta decisiva. Lo studio non autorizza l’idea che domani una risonanza magnetica possa “tipizzare” l’autismo di un bambino o di un adulto. Gli stessi autori indicano che serviranno nuove validazioni, campioni più ampi, dati clinici più armonizzati e misure biologiche integrate. Anche perché la diagnosi di autismo resta oggi una diagnosi clinica, fondata sull’osservazione dello sviluppo, della comunicazione, del comportamento, delle caratteristiche sensoriali e del funzionamento individuale.

La forza del lavoro sta però nell’aver trasformato una difficoltà storica in una pista di ricerca. Per anni l’eterogeneità dell’autismo è stata descritta come un ostacolo: troppe differenze tra le persone, troppi risultati contrastanti negli studi di neuroimaging, troppa distanza tra genetica, comportamento e funzionamento quotidiano. Qui quella variabilità viene trattata come un’informazione. Se alcuni cervelli risultano iperconnessi e altri ipoconnessi, forse non si sta osservando una contraddizione, ma la traccia di meccanismi distinti.

Le ricadute non saranno immediate, ma il tema riguarda anche i diritti. Una medicina più precisa può aiutare a costruire interventi meno generici, percorsi più aderenti ai bisogni reali, valutazioni meno appiattite sulla sola etichetta diagnostica. Per le persone autistiche e per le famiglie, il punto non è avere una nuova classificazione astratta, ma capire meglio quali supporti servono, quali trattamenti possono essere utili e quali invece rischiano di essere inefficaci perché pensati per un “autismo medio” che nella realtà non esiste.

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