La minaccia più grave arrivata da Teheran non riguarda un nuovo lancio di missili, né l’ennesimo avvertimento sullo Stretto di Hormuz. Riguarda l’uranio arricchito. Un parlamentare iraniano, Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione sicurezza nazionale, ha dichiarato che, in caso di nuovo attacco contro l’Iran, il Parlamento potrebbe valutare l’arricchimento dell’uranio fino al 90%. È una soglia che cambia il linguaggio della crisi: non significa automaticamente possedere una bomba atomica, ma significa avvicinarsi al livello del materiale fissile normalmente associato a un impiego militare.
La differenza è decisiva. L’uranio naturale contiene una quota molto bassa di U-235, l’isotopo utile per sostenere una reazione nucleare. Nei reattori civili, di norma, l’arricchimento resta attorno al 3-5%. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, oltre il 20% si entra già nel campo dell’uranio altamente arricchito. Il 90% è comunemente considerato livello weapons-grade, cioè compatibile con l’uso in un’arma nucleare. Per questo la frase iraniana pesa molto più di una normale minaccia diplomatica.
Teheran non sta annunciando di avere pronta un’arma nucleare. Ma sta dicendo che, se verrà colpita ancora, potrebbe spostare il proprio programma verso una soglia che renderebbe la crisi molto più difficile da contenere. È una minaccia nucleare calibrata, ma non per questo meno pericolosa: usa il nucleare come deterrente politico e militare, proprio mentre gli Stati Uniti chiedono la rimozione o il controllo delle scorte di uranio arricchito ancora presenti nel Paese.
La dichiarazione iraniana arriva mentre Donald Trump ha definito il cessate il fuoco con Teheran ormai “un malato terminale attaccato alle macchine”, dopo avere respinto l’ultima proposta iraniana. Washington considera ancora centrale il nodo delle scorte iraniane di uranio già arricchito al 60%, un livello inferiore al 90%, ma molto più vicino alla soglia militare rispetto all’arricchimento civile. È qui che la tregua mostra tutta la sua fragilità: le armi possono tacere per alcune ore o alcuni giorni, ma il dossier nucleare resta aperto e condiziona ogni trattativa.
Trump, prima del viaggio in Cina, ha continuato a mostrare sicurezza. Ha detto che gli Stati Uniti non hanno bisogno dell’aiuto di Pechino, né della Nato, per chiudere la partita con l’Iran. Ma il fatto stesso che il dossier iraniano accompagni l’incontro con Xi Jinping dimostra quanto la crisi sia già uscita dal perimetro bilaterale. La Cina è un interlocutore inevitabile: ha rapporti con Teheran, interessi energetici diretti e un ruolo potenziale sulla stabilizzazione delle rotte commerciali nel Golfo.
Sul terreno, intanto, resta il nodo di Hormuz. L’Iran continua a rivendicare la propria capacità di incidere sulla sicurezza dello Stretto, mentre gli Stati Uniti insistono sulla protezione della navigazione e sulla necessità di impedire che Teheran trasformi la rotta energetica più sensibile del mondo in uno strumento di pressione permanente. Ogni movimento navale, ogni drone, ogni dichiarazione militare rischia di diventare il pretesto per una nuova fase del conflitto.
La crisi entra così in una zona più buia: non solo guerra o tregua, ma guerra sospesa sotto minaccia nucleare. È il terreno più instabile, perché permette a entrambe le parti di sostenere di non volere l’escalation mentre preparano le condizioni per renderla possibile. Gli Stati Uniti non vogliono accettare che l’Iran conservi materiale arricchito e capacità tecnica sufficiente a riavvicinarsi rapidamente alla soglia militare. L’Iran, al contrario, trasforma quella stessa capacità in una garanzia di sopravvivenza politica.
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