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La crisi tra Iran e Stati Uniti non è più soltanto una questione mediorientale. Lo è sulla carta geografica, ma non nei suoi effetti politici, militari ed economici. Lo Stretto di Hormuz, le pressioni dei Paesi del Golfo, il voto del Senato americano sui poteri di guerra e le minacce dei Pasdaran mostrano ormai un quadro più largo: il conflitto tra Teheran e Washington ha già assunto una dimensione globale, anche quando le armi tacciono solo a intermittenza.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, i Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno avvertito che, se gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran dovessero riprendere, la guerra “si estenderà oltre la regione”. Una formula che pesa perché arriva mentre Donald Trump continua ad alternare ultimatum e aperture negoziali. Il presidente americano, spinto anche dalle pressioni dei Paesi del Golfo, avrebbe sospeso la ripresa delle ostilità concedendo a Teheran ancora “due o tre giorni” per arrivare a un’intesa, come riportato da Sky TG24 sulla crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele.

Il nodo non è solo militare. È istituzionale. A Washington il Senato ha approvato un voto procedurale per far avanzare una risoluzione sui War Powers, con l’obiettivo di limitare la possibilità per Trump di proseguire la guerra contro l’Iran senza un’autorizzazione del Congresso. Il voto si è chiuso 50 a 47, con quattro repubblicani che si sono uniti alla maggioranza dei democratici. La misura è ancora lontana dall’entrata in vigore e potrebbe scontrarsi con un veto presidenziale, ma il segnale politico è netto: una parte del Congresso non vuole più lasciare la guerra nelle sole mani della Casa Bianca, come ricostruito da Reuters sul voto del Senato americano.

La tensione si misura anche nel linguaggio. Trump sostiene di voler chiudere rapidamente la partita, ma allo stesso tempo ha ammesso di essere stato vicino a ordinare nuovi bombardamenti. Teheran risponde con una minaccia calibrata per colpire il punto debole della strategia americana: non solo le basi Usa nel Golfo, non solo Israele, ma l’intero sistema di alleanze, rotte commerciali e interessi energetici che attraversa la regione.

Lo Stretto di Hormuz resta il cuore materiale della crisi. Da quel passaggio marittimo dipende una parte decisiva dei flussi energetici globali, e ogni blocco, restrizione o attacco alle navi si riflette sui mercati, sui costi di trasporto, sui prezzi dell’energia e perfino sulle catene alimentari. Non a caso il G7 insiste sulla necessità di un ritorno rapido alla libera e sicura circolazione nello Stretto. La guerra, anche quando viene descritta come “regionale”, parla già il linguaggio dell’economia mondiale.

Il cessate il fuoco resta dunque fragile. Le trattative non sono morte, ma non hanno ancora prodotto una via d’uscita stabile. L’Iran chiede la fine delle sanzioni, lo sblocco dei fondi congelati, compensazioni per i danni di guerra e garanzie sul controllo di Hormuz. Washington, al contrario, vuole ridurre la capacità nucleare, missilistica e regionale della Repubblica islamica. Sono posizioni difficili da comporre, perché per Teheran missili, nucleare e Hormuz non sono semplici strumenti negoziali: sono pilastri di sopravvivenza politica e strategica.

Nel frattempo, Israele resta dentro la crisi come attore centrale. Le ricostruzioni sulla telefonata tra Trump e Netanyahu confermano quanto il rapporto tra Washington e Tel Aviv sia diventato uno dei punti più delicati dell’intera partita. Gli Stati Uniti devono contenere l’Iran, rassicurare Israele, non perdere il controllo del Golfo e al tempo stesso gestire una frattura politica interna sempre più evidente.

Iran-Usa, accordo ancora sospeso: Rubio apre, ma Teheran avverte: 'Può saltare tutto'

di Davide Soldani

La trattativa tra Stati Uniti e Iran resta aperta, ma non ancora chiusa. Marco Rubio ha parlato di un’intesa possibile anche in tempi molto rapidi, mentre Donald Trump frena sulla firma - anche su pressioni di Israele - e insiste sul fatto che Washington non accetterà un accordo affrettato. Secondo Reuters, sul tavolo restano lo Stretto di Hormuz, il dossier nucleare e lo sblocco dei fondi iraniani congelati.

Teheran, però, manda un segnale opposto: senza concessioni americane su alcune clausole, l’intesa può ancora saltare. Il punto più delicato riguarda il meccanismo che dovrebbe riaprire gradualmente Hormuz e avviare una finestra negoziale di 60 giorni sull’uranio altamente arricchito, come ricostruisce anche Associated Press. La diplomazia si muove, ma la pressione militare e commerciale resta lo strumento con cui Washington tiene Teheran al tavolo.

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Usa-Iran, trattativa aperta per fermare la guerra: c’è una bozza, ma non l’accordo

di Davide Soldani

Stati Uniti e Iran trattano su una bozza per fermare la guerra, ma l’accordo non è ancora chiuso. La mediazione passa soprattutto dal Pakistan, con il Qatar entrato nel negoziato nelle ultime ore. Secondo Associated Press, il testo potrebbe aprire una fase di 30-60 giorni per definire i dettagli politici e militari.

Il primo obiettivo sarebbe congelare il conflitto e consolidare il cessate il fuoco, mentre il dossier nucleare resterebbe in una fase successiva. Una distinzione che Teheran considera essenziale: fermare le ostilità prima, discutere poi di uranio arricchito, sanzioni e garanzie.

Da Washington, Marco Rubio ha riconosciuto progressi, ma ha avvertito che le distanze restano. Dall’Iran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf ha escluso compromessi sui “diritti nazionali” e ha minacciato una risposta più dura in caso di nuovi attacchi, come riportato da Reuters.

La trattativa esiste, ma per ora resta solo una tregua possibile, non una pace firmata.

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Trump alza la pressione sull’Iran: “Non gli lasceremo l’uranio”

di Davide Soldani

Donald Trump torna a stringere il cerchio sull’Iran e mette al centro del negoziato il dossier più sensibile: l’uranio altamente arricchito. Il presidente americano ha detto che gli Stati Uniti intendono recuperare le scorte iraniane: “Lo prenderemo. Non ne abbiamo bisogno, non lo vogliamo. Probabilmente lo distruggeremo dopo averlo preso, ma non glielo lasceremo”, ha dichiarato ai giornalisti alla Casa Bianca, secondo quanto riportato da RaiNews.

La linea di Washington arriva mentre i colloqui restano appesi a un equilibrio fragile: Marco Rubio ha parlato di “qualche progresso” e di “segnali positivi”, ma senza concedere ottimismo pieno. Sullo sfondo pesa la posizione attribuita da Reuters alla Guida Suprema iraniana, secondo cui l’uranio arricchito non dovrebbe lasciare il Paese, una scelta che renderebbe ancora più difficile il compromesso con gli Stati Uniti.

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Usa-Iran, Trump apre a 30 giorni di trattative su nucleare e Hormuz

di Davide Soldani

Donald Trump prova a spostare di nuovo il baricentro della crisi dall’opzione militare al tavolo negoziale. Secondo gli ultimi aggiornamenti di Sky TG24 sulla guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, i mediatori starebbero lavorando a una lettera d’intenti che Washington e Teheran potrebbero firmare per aprire 30 giorni di trattative sul nucleare e sullo Stretto di Hormuz.

Il passaggio non chiude la crisi, ma ne cambia temporaneamente il ritmo: il cessate il fuoco diventerebbe una finestra politica, non una vera soluzione. La tensione resta alta anche tra Trump e Netanyahu, dopo una conversazione descritta come lunga e difficile sulla linea da tenere verso Teheran.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito che gli Stati Uniti restano “pronti all’azione”, mentre i mercati leggono l’apertura diplomatica come un segnale di raffreddamento: borse positive e petrolio in calo. Hormuz resta però il punto decisivo della crisi, perché da lì passa la parte più fragile dell’equilibrio energetico globale.

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Deborah
Deborah
21 Maggio 2026 alle 11:00 11:00

Arriverà la terza guerra mondiale se continuano.