La Juventus è entrata nello Stadium con la Champions ancora in mano ed è uscita con la classifica addosso. Non è stata una semplice sconfitta, né una giornata storta da archiviare con il lessico comodo degli episodi: il 2-0 incassato dalla Fiorentina ha spostato il destino europeo dei bianconeri fuori dal loro controllo, proprio nel pomeriggio in cui servivano nervi, precisione e autorità.
La squadra di Luciano Spalletti ha perso contro una Fiorentina più lucida, più ordinata e più feroce nei momenti decisivi. Cher Ndour ha aperto la ferita al 34’, Rolando Mandragora l’ha richiusa all’83’ con il colpo dell’ex, consegnando ai viola una vittoria pesante e lasciando la Juve al sesto posto, fuori dalla zona Champions a novanta minuti dalla fine del campionato. La diretta di Juve-Fiorentina ha raccontato una gara scivolata via con il passo lento dell’incubo: prima il vantaggio viola, poi due gol annullati ai bianconeri, infine il raddoppio che ha spento anche l’ultima fiammata emotiva.
La crudeltà della giornata è tutta negli incastri. Napoli, Milan, Roma e Como hanno fatto risultato. La Juventus no. Il Napoli ha blindato la qualificazione con il 3-0 sul Pisa, il Milan è passato sul campo del Genoa, la Roma ha vinto il derby con la Lazio e il Como ha battuto il Parma. Così la classifica si è chiusa intorno alla Juve come una morsa: Milan e Roma davanti, Como agganciato, Juventus costretta a inseguire.
Il problema non è soltanto il risultato, ma il modo in cui la Juve lo ha subito. Per lunghi tratti la squadra di Spalletti ha avuto il pallone senza trasformarlo in dominio, ha abitato la metà campo avversaria senza riempire davvero l’area, ha cercato Vlahovic più con l’urgenza che con una costruzione pulita. La Fiorentina, al contrario, ha accettato la partita sporca, l’ha tenuta dentro binari tattici semplici e ha colpito quando lo Stadium cominciava a sentire il peso della classifica.
Ndour ha segnato il primo gol dentro una Juventus già contratta, prigioniera di un possesso più orizzontale che verticale. Nella ripresa i bianconeri hanno provato ad alzare il volume, ma senza trovare continuità. McKennie e Vlahovic hanno anche mandato il pallone in rete, ma in entrambi i casi la gioia è stata cancellata. La gara, invece di riaprirsi, si è fatta più nervosa, più pesante, più opaca. Poi è arrivato Mandragora, con un sinistro che ha avuto il rumore definitivo delle sentenze sportive.
Spalletti, nel dopogara, ha scelto di non nascondersi. Ha parlato di una partita pessima, ha ammesso il peso della componente mentale e ha annunciato un confronto con John Elkann. Nelle sue parole, raccolte da Sky Sport dopo Juventus-Fiorentina, c’è il segno di una resa parziale ma non ancora matematica: il tecnico ha spiegato che dovrà analizzare prima di tutto se stesso, perché una squadra che arriva a una partita così e si consegna alla paura non può essere assolta soltanto con la grammatica degli episodi.
La caduta diventa ancora più profonda perché la Juventus non ha perso contro una diretta concorrente, ma contro una Fiorentina già distante dalla battaglia Champions. Non ha ceduto in una notte europea, ma in una domenica di campionato in cui bastava proteggere il proprio vantaggio. Quando una squadra perde il controllo del proprio destino all’ultima curva, la classifica diventa anche un giudizio sul carattere.
Ora resta l’ultimo turno, ma non più la stessa forza negoziale. La Juve dovrà vincere il derby e guardare gli altri campi, sperando che almeno due tra Milan, Roma e Como rallentino. È una condizione scomoda per un club che aveva costruito la propria storia sull’idea opposta: comandare, non attendere.
La Fiorentina ha vinto con merito, senza bisogno di effetti speciali. Ha difeso con ordine, ha scelto bene i tempi dell’aggressione e ha trasformato le fragilità juventine in punti. La Juventus, invece, ha mostrato il volto peggiore nel momento peggiore: poca ferocia, poca chiarezza, poca capacità di stare dentro la pressione.
A una giornata dalla fine, la Champions non è ancora perduta. Ma non è più nelle mani della Juventus. E per una squadra che fino a poche ore prima poteva ancora sentirsi padrona del proprio cammino, è quasi una sconfitta dentro la sconfitta.
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