Siamo tutti quasi certi che il Mondiale si farà. Ma la Fifa può fermare la competizione per cause di forza maggiore, tra cui ovviamente l’escalation relativa alla guerra in medioriente tra Usa-Israele e Iran. Il potere esiste, è scritto nel regolamento, e diventa meno teorico ogni volta che una crisi militare rischia di attraversare il perimetro del torneo.
L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran non è più una frizione diplomatica da risolvere con qualche garanzia consolare. Gli attacchi potrebbero riprendere, Washington e Tel Aviv sarebbero già impegnate in nuovi preparativi e Donald Trump dovrebbe decidere a breve se riaprire il fronte contro Teheran. Secondo la diretta di RaiNews sull’escalation in Medio Oriente, anche lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili della crisi.
Il Mondiale entra in questa frattura perché l’Iran è qualificato e dovrebbe giocare la fase a gironi negli Stati Uniti. Non in un Paese neutro, non lontano dalla zona politica del conflitto, ma dentro il territorio della potenza che potrebbe riprendere le operazioni militari contro Teheran. A quel punto il calcio smette di essere soltanto calendario, logistica e biglietteria: diventa sicurezza nazionale, intelligence, ordine pubblico, frontiere, diplomazia e rischio reputazionale.
L’articolo 6.9 del regolamento ufficiale dei Mondiali 2026 assegna alla Fifa una facoltà molto ampia: cancellare, riprogrammare o spostare una o più partite, fino all’intera competizione, in caso di forza maggiore o per ragioni di salute, sicurezza e ordine pubblico. Non è una clausola ornamentale. È il dispositivo che consente alla federazione internazionale di intervenire quando il torneo non può più essere protetto con gli strumenti ordinari.
Per ora, la Fifa sta cercando di fare l’opposto: non sospendere, ma contenere. Dopo l’incontro di Istanbul con la federcalcio iraniana, il segretario generale Mattias Grafström ha parlato di colloqui positivi con il presidente Mehdi Taj. Secondo Reuters, la Fifa ha discusso con l’Iran le condizioni di partecipazione al Mondiale, provando a dare una risposta ai punti sollevati da Teheran.
Questa linea racconta molto. La Fifa non vuole trasformare il caso Iran nella prima grande crepa pubblica del Mondiale nordamericano. Vuole ridurlo a una questione gestibile: visti, accrediti, spostamenti, sicurezza, delegazioni, tifosi, conferenze stampa. Ma la guerra ha una grammatica diversa. Se gli Stati Uniti dovessero tornare a colpire l’Iran, ogni autorizzazione d’ingresso, ogni trasferimento, ogni presenza ufficiale diventerebbe immediatamente più fragile.
Il rischio non è più soltanto amministrativo. Una nazionale può ricevere i visti e restare comunque dentro un contesto ingestibile. Può avere un campo d’allenamento, un albergo, un volo, una scorta, e trovarsi lo stesso al centro di una crisi che supera la capacità ordinaria del calcio di proteggere sé stesso.
La differenza è qui. Un problema di visti si negozia. Una tensione tra federazioni si media. Una protesta sugli spalti si contiene. Una guerra aperta tra il Paese ospitante e una nazionale partecipante sposta il caso su un altro livello. Non riguarda più solo l’Iran. Riguarda la tenuta complessiva del torneo, la sicurezza delle città ospitanti, la gestione dei tifosi, l’esposizione mediatica delle partite, la libertà di movimento delle delegazioni e la possibilità stessa di separare il campo dalla guerra.
Il Mondiale 2026 nasce come la Coppa del Mondo più grande di sempre, con 48 squadre, tre Paesi organizzatori e una macchina economica sterminata. Proprio questa grandezza lo rende vulnerabile. Più il torneo si allarga, più dipende da confini, aeroporti, visti, apparati di sicurezza, polizie federali, governi nazionali e decisioni che non appartengono alla Fifa.
In condizioni normali l’Iran sarebbe una delle quarantotto squadre qualificate. Ma in questo scenario, diventa un test politico sul limite dell’universalità sportiva. La Fifa promette un torneo globale, ma quel torneo deve passare attraverso le frontiere degli Stati Uniti mentre Washington valuta nuovi attacchi contro Teheran.
Prima ci sarebbero interventi meno radicali: spostamento di singole partite, modifica delle sedi, rafforzamento dei protocolli, limitazioni alle delegazioni, riorganizzazione dei percorsi di viaggio, eventuali decisioni su una singola nazionale. Ma la clausola esiste proprio perché, oltre un certo punto, l’adattamento non basta più.
Al momento la Fifa tratta, l’Iran prepara il torneo, il calendario resta in piedi. Ma il quadro non può essere raccontato come una semplice controversia burocratica. Se l’escalation militare dovesse trasformarsi in guerra aperta su larga scala, la Fifa avrebbe davanti una crisi di sicurezza del Mondiale, non un normale dossier organizzativo.
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Non è mai stato interrotto il mondiale tranne che per due edizioni non disputate: quelle del 1942 e del 1946 a causa dello scoppio e delle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale.